Il questionario di Proust e gli Europeans dell’Ottocento

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Il questionario di Proust

Sul nostro profilo Facebook possiamo scrivere le citazioni preferite, mostrare l’elenco dei mi piace, le persone seguite, i viaggi fatti. Nell’Ottocento per uno scopo più o meno simile, cioè chiarire agli altri e anche a noi stessi chi siamo, c’era un questionario. Lo chiamano questionario di Proust ma Marcel Proust ha solo risposto alle domande, non le ha scritte lui. Molte persone famose nei vari salotti di letterati e uomini di cultura in giro per l’Europa si facevano a vicenda queste domande. E rispondendo sceglievano con attenzione l’immagine di loro stessi che volevano dare agli altri. A Karl Marx il questionario glielo sottoposero le figlie, almeno così si dice.

Poi questo formato di domande è stato usato in diverse trasmissioni televisive e giornali come metodo di intervista dei personaggi famosi. In Francia lo usava il programma Apostrophes condotto da Bernard Pivot in onda fino al 1990, in Italia Io Donna del Corriere della Sera, per fare degli esempi. Questo articolo di Rivista Studio racconta e commenta la storia del questionario. Ecco a voi le domande.

1) Il tratto principale del mio carattere
2) La qualità che desidero in un uomo
3) La qualità che preferisco in una donna
4) Quel che apprezzo di più nei miei amici
5) Il mio principale difetto
6) La mia occupazione preferita
7) Il mio sogno di felicità
8) Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia
9) Quel che vorrei essere
10) Il paese dove vorrei vivere
11) Il colore che preferisco
13) Il fiore che amo
14) L’uccello che preferisco
15) I miei autori preferiti in prosa
16) I miei poeti preferiti
17) I miei eroi nella finzione
18) Le mie eroine preferite nella finzione
19) I miei compositori preferiti
20) I miei pittori preferiti
21) I miei eroi nella vita reale
22) Le mie eroine nella storia
23) I miei nomi preferiti
24) Quel che detesto più di tutto
25) I personaggi storici che disprezzo di più
26) L’impresa militare che ammiro di più
27) La riforma che apprezzo di più
28) Il dono di natura che vorrei avere
29) Come vorrei morire
30) Stato attuale del mio animo
31) Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza
32) Il mio motto

La paura del flirt che affligge i giovani europeans

 

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Horst Wenzel, 27 anni, fondatore dell’Università del flirt

Flirtare è un problema per tutti gli Europeans. Lo stereotipo vuole che i tedeschi siano un po’ timidi, gli spagnoli esigenti, i francesi romantici, gli italiani latin lover ma ultimamente degradati a “buontemponi del flirt”, cioè quelli che non concludono mai. Fatto sta che molti giovani europei finiscono per cercare su Internet come matti disperati frasi del tipo “segnali per capire interesse”, “come conquistare una ragazza timida”, “ho paura di approcciare le ragazze”. A cercare sono sia maschi che femmine perché ormai farsi avanti, dichiararsi tocca a tutti e due.

Me lo ha raccontato un giovane tedesco di 27 anni, dai capelli biondi e dal tono disinvolto, Horst Wenzel. Dopo una relazione finita male, ha fondato in Germania una Università del flirt per imparare l’arte del corteggiamento e in pratica iniziare una relazione. Uno dei corsi prevede anche che ci si possa far seguire e riprendere dal flirt coach mentre si prende una birra con la persona desiderata. E poi l’istruttore dà consigli. Ad esempio ti può dire ehi abbassa un po’ la voce, non strillare oppure guarda che se gli hai sfiorato il braccio al cinema non gli hai comunicato il tuo interesse in modo esplicito perché lui probabilmente manco se ne è accorto. Oppure quei suggerimenti che si danno sempre tipo sorridi molto, fai lo sguardo intenso (che poi finisci sempre per sembrare una triglia addormentata), fatti desiderare. Tutti i dettagli li trovate nel mio articolo su Linkiesta

Ma l’intervista è stata molto lunga. In una parte, ho chiesto a Horst se è vero che molti hanno il terrore del flirt. Lui ha detto: certo, tutti ce lo hanno! In effetti tutti abbiamo avuto prima o poi un amico nel panico perché la tipa che gli piace lo ha messo nella friendzone, molti conosciamo quel ragazzo (o ragazza, e questo vale per tutti gli esempi che sto facendo) sempre single che diventa un’anguilla irraggiungibile al primo segnale di interesse inviato da lontano ma proprio lontano, quello che sì sto cercando la metà perfetta, lei si è carina ma non condivide con me la passione dell’arrampicata, oppure ma a Natale lei preferisce il pandoro quindi non si può fare. Molti di noi hanno anche avuto a che fare con l’amica che rifiuta tutti quelli che le si propongono e passa le giornate a pedinare il collega più vecchio di lei, sposato, tre figli eccetera eccetera.

La paura deriva da tanti motivi: il flirt è l’incertezza personificata perché consiste nel dire e non dire, sondare il terreno per verificare se potrebbe funzionare o no, senza scoprirsi troppo. Questa è la paura tipica di quelli che devono concluderlo subito e quindi si dichiarano appena passati cinque minuti dal “ciao, piacere di conoscerti”. Oppure si entra nel terrore perché flirt vuol dire inizio di una relazione e magari non si vuole una relazione, quindi il soggetto sente subito una specie di senso di soffocamento e fugge. Questo può accadere perché non si vuole proprio una relazione o perché non si vuole una relazione con quella persona. E poi, per l’ansia di diventare degli stalker. O per quella, la più comune di tutti, di non essere ricambiati e di tornarsene a casa con il famoso due di picche. Più l’autostima è bassa, più si soffre di questo tipo di fobia, quella di un rifiuto. E in questi anni la self confidence dei giovani europei – generalizzando, ok – soffre sempre più della mancanza di lavoro, di stabilità della vita, dello stress e simili. E questo succede anche in Germania, mi ha detto Wenzel. Abbiamo trovato un’altra cosa che accomuna gli Europeans: l’ansia da flirt.

 

Io, Daniel Blake, lavorare non posso proprio

 

E’ probabile che io abbia frainteso tutto il significato del film. Ad ogni modo, quando sono uscita dal cinema “Io, Daniel Blake” mi ha suscitato una serie infinita di pensieri. Sto parlando dell’ultima produzione del regista britannico Ken Loach che ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Il film è una denuncia dello Stato sociale che non funziona come dovrebbe e dell’amministrazione lenta e schematica, che con l’informatizzazione delle procedure è solo peggiorata. Ma c’è anche un altro tema, classico del pensiero di Loach, quello del “non è colpa tua”. Regno Unito, Newcastle, Daniel avrà una sessantina di anni, è un falegname, che non può più lavorare perché ha avuto un infarto. Non è che non vuole lavorare, proprio non può. Il medico glielo ha proibito ma lo Stato non riconosce la sua malattia.

Mentre è in coda in un ufficio per risolvere la sua situazione, Daniel incontra Katie, una ragazza con due bambini che si è trasferita da Londra a Newcastle perché lo Stato le ha assegnato un alloggio lì. Un giorno Katie, accompagnata da Daniel e dai figli, va alla banca del cibo, un posto dove i più poveri possono fare la spesa gratis. Le viene fame e apre una scatola di passata di pomodoro prima di pagare, poi scoppia a piangere. Una scena drammatica. Ma Daniel ha una frase pronta: “non è colpa tua”, le dice, “hai due bambini, ti sei trasferita qui da sola”. A volte uno ce la mette tutta ma se la vita va un disastro non è tutta colpa sua e qui lo Stato dovrebbe intervenire. Dopo “Io, Daniel Blake”, quei titoli di giornali che si riferiscono a chi non ha lavoro come “le persone che non ce l’hanno fatta”, divise in un mondo diverso da “quelle che ce l’hanno fatta” mi sembrano troppo semplici. Ho sempre pensato che “chi ce la fa” è chi ce la mette tutta, e che i risultati non sono misurabili, confrontabili.

Quella di Daniel e di Katie è una storia ambientata nel Regno Unito ma molto European. Uscita dal cinema ho raccolto alcuni dati sui Neet, acronimo di successo inventato per attrarre i media sulla situazione dei giovani che non studiano né lavorano. Ci sono Neet in tutto il mondo, dove più e dove meno e ci sono in tutti i Paesi europei. L’Italia è quello che ne ha di più. Disabili, malati, disoccupati in cerca di lavoro. Ci sono gli scoraggiati, quelli che non lo cercano più, ma una occupazione la vorrebbero: soltanto che hanno perso le speranze. Qui il mio articolo Generazione Neet: una perdita per l’Europa su quelli che non stanno così per colpa loro, e che ce la faranno.

La Croazia a metà fra l’Europa e il nazionalismo

C’è l’Ungheria, c’è la Polonia, c’è la Slovacchia. C’è anche la Croazia fra i Paesi confusi sull’Unione europea, dove istinti di chiusura e nazionalismo si alternano a desiderio, ancora non del tutto addormentato, di continuare a essere parte del denaro e del progetto europeo. All’inizio di settembre, l’Unione democratica croata (Hdz) ha vinto le elezioni anticipate. Non è una novità: il partito nazionalista che negli anni 90 portò la Croazia in guerra era già al governo dal novembre 2015 ma a giugno era caduto perché il rapporto con i partner di coalizione non funzionava. Il nuovo leader dell’Hdz Andrej Plenkovic si propone come più moderato e riformista. Intanto, però, i rapporti con la Serbia sono sempre difficili e il recente referendum per la Festa nazionale della Repubblica Serba di Bosnia ha complicato la situazione.

La Croazia ha un territorio molto diverso da zona a zona: la pianura pannonica nella parte nord est, la costa adriatica in Dalmazia e le montagne in tutto il confine con la Bosnia, i massicci brulli fra Fiume/Rijeka e Zara/Zadar. Ha vissuto anni di recessione economica, poi dal 2015 una ripresa lieve dell’economia ma la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, resta alta. Nel luglio 2013 è entrata nell’Unione europea. Oggi è un Paese a metà, bloccato dal ricordo della guerra degli anni Novanta e irrequieto per la voglia di benessere economico.

Karlobag, nord di Zara. Poche case colorate strette in uno spazio asfittico fra il mare e il massiccio del parco nazionale del Velebit. Quattordici frazioni, paesini sulla costa, come Baric Draga, dove non arriva neanche un turista straniero. La natura qui è cattiva, il vento colpisce forte anche d’estate, l’acqua del mare è gelida, le strade sono poche. Di fronte l’isola di Pag appare deserta, i luoghi della vita notturna sono nascosti al riparo delle insenature. A Baric Draga c’è solo un market con i pomodori ammuffiti e una musica folk che si diffonde fino al paese vicino. Sulla statale che va da Fiume a Zara lungo la costa ogni tanto la notte passa un camion, di corsa, suonando il clacson a ogni curva e sferzando le siepi di rosmarino. Passeggiando lungo il mare, si vedono tante piccole statue e chiese cattoliche.

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Zagabria. I banchetti con le pannocchie calde, i colori della Croazia ovunque, una città un po’ trasandata, nota come centro delle tifoserie di ultra destra. Zagabria ha i muri delle case scrostati, le periferie piene di palazzi alti e grigi, e un centro interessante e vivace. Nella cattedrale gotica ci sono le spoglie di Alojzije Stepinac e subito la storia si mischia con la politica, la religione con la nazione. Capo della chiesa cattolica croata durante la seconda guerra mondiale, Stepinac ancora oggi divide il Paese: accusato di collaborazione con il regime ustascia di Ante Pavelic, legato all’Italia e alla Germania, si dice che diede il proprio benestare alle stragi di serbi, ebrei e rom.  Fu condannato nella Jugoslavia comunista di Tito per crimini di guerra, beatificato dalla Santa Sede.  La Croazia recentemente ha organizzato negli edifici Ue a Bruxelles una mostra celebrativa del cardinale Stepinac, che è stata contestata dal governo della Serbia.

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Regione dei laghi di Plitvice. Sulle passerelle di legno sospese fra le cascate e l’acqua azzurra, turisti da tutto il mondo bloccano la circolazione fermandosi a fare miliardi di selfie. Per salire sui battelli che permettono di attraversare il parco di Plitvice bisogna aspettare in coda per ore. Vicino alla biglietteria c’è il monumento a Josip Jovic, primo caduto della guerra degli anni Novanta. I vetri in memoria dell’episodio attaccano i “terroristi serbi” che uccisero l’ufficiale di polizia. Ad aprile 1991 i serbi proclamarono la repubblica della Krajina e cacciarono ed uccisero i croati che vivevano sul territorio. Ad agosto del 1995 le truppe croate si ripresero la Krajina: l’operazione Tempesta – Oluja in croato – è oggetto di molte controversie.

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I partiti che boicottano il referendum in Ungheria

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La bandiera dell’Ungheria su un palazzo del centro di Budapest (foto di Livia Liberatore)

La prossima domenica, il 2 ottobre, gli ungheresi risponderanno a un quesito elettorale che suona più o meno così:

“Volete che l’Unione europea imponga l’insediamento forzato di cittadini non ungheresi sul territorio nazionale senza il consenso del parlamento?”

Il governo nazionalista di Viktor Orban chiede ai cittadini di decidere se accettare o meno il piano europeo di redistribuzione dei migranti con diritto alla protezione internazionale. La campagna governativa a sostegno del “no” è stata molto potente, su tutti i media. Gli oppositori hanno avuto difficoltà a far sentire la loro voce di fronte a un tale investimento di risorse nella pubblicità per il no.

C’è, in particolare, una formazione che ha suscitato attenzione al di fuori dell’Ungheria per i toni scherzosi con cui ha condotto la battaglia contro il referendum. Il Kétfarkú Kutya Párt, che si traduce con “partito del cane a due code” è nato nel 2006 con slogan del tipo “Vita eterna! Birra Gratis! Meno tasse!”. In questi mesi gli attivisti hanno deciso di prendere in giro i manifesti del governo che sono di questo genere: “Sapete che gli attacchi di Parigi sono stati compiuti da migranti?”, con domande simili nella forma ma ben diverse:  “Sapevate che c’è una guerra in Siria?” o anche “Sapevate che un albero può cadervi in testa?”.

Il presidente del partito Gergely Kovács ha detto in un’intervista a EUobserver che il governo ungherese cerca sempre un nemico, le banche, gli omosessuali, Bruxelles e che in questo modo crea un clima di odio che ha un effetto negativo sulla società. Per Kovács “milioni di ungheresi ora biasimano i migranti online, ma è probabile che nella loro vita abbiano visto più UFO che migranti”.

Un altro partito Együtt (che si traduce come Insieme) e il suo leader Viktor Szigetvári auspicano da luglio un dibattito televisivo sulle quote di rifugiati decise nell’Ue: dicono che gli elettori non possono formare la loro opinione soltanto sulla base della pubblicità del governo ma che ci vuole un dibattito pubblico fra i rappresentanti in parlamento. Ormai siamo arrivati al referendum e non si è visto niente di simile. Altre formazioni hanno scelto di boicottare la campagna e hanno incoraggiato le persone a restare a casa la prossima domenica. Perché il referendum sia valido deve votare almeno la metà dei quasi otto milioni di aventi diritto e l’unica speranza per l’opposizione è il mancato raggiungimento del quorum.

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Il parlamento ungherese a Budapest (foto di Livia Liberatore)

La Hungarian Civil Liberties Union (una ong ungherese che si batte per la tutela dei diritti umani) ha suggerito di invalidare il voto, perché il referendum è illegale e incompatibile con il concetto di diritti umani. Anche Gergely Kovács, il leader del partito del cane a due code la pensa così. “Boicottare il voto non è abbastanza perché se qualcuno non va a votare non è chiaro se lo fa per disinteresse o perché è contrario”, ha detto in un’intervista riportata alla fine di questo articolo di “The Budapest Beacon”“pensiamo che una domanda stupida meriti una risposta stupida. Con un voto invalido puoi dire che ti importa ma che non vuoi giocare con le loro regole del gioco”.

Ad ogni modo, i partiti di opposizione concordano: il referendum non ha senso, è solo una grossa spesa dei soldi dei contribuenti. E anche un diversivo per allontanare l’attenzione dei cittadini da argomenti più seri come corruzione, salute, educazione.

 

 

Diventare saggi a Ventotene

Ventotene famosaL’isola “dove è nata l’Europa”. Questo agosto ne hanno parlato tutti, nei giornali, in tv, al mercato: Ventotene non era più nota solo per gli scogli dove tuffarsi nel mare blu ma come patria mitica dell’idea di Unione europea. A sentirne parlare con tanta insistenza ovunque, chi scrive è rimasta perplessa. Non pensavo che la scalinata per Cala Nave, che è così ripida e assolata quando si torna dalla spiaggia d’estate, la strada degli Olivi, buia e silenziosa alle tre di notte, o il bar della piazzetta Europa sarebbero mai diventati così famosi. Tutti posti densi di significati, dove durante l’inverno ritorno spesso con la memoria.

Sull’isoletta nel Lazio meridionale, davanti a Formia, lo scorso 22 agosto si sono incontrati il primo ministro Matteo Renzi, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande. Sono andati in visita al cimitero e poi sulla portaerei Garibaldi per parlare del futuro dell’Unione europea. Il 27 agosto a Ventotene doveva andare Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati  con i presidenti dei parlamenti di Francia, Lussemburgo, Slovenia e Spagna. L’incontro è stato annullato per rispetto delle vittime del terremoto del 24 agosto, ma il fatto resta. Ventotene accoglie sempre più di frequente nuovi seguaci, persone che scoprono i pensieri nati fra quei campi di lenticchie e ne diventano entusiasti, chi per pochi mesi, chi per tutta la vita.

Venotene SeminarioIl Movimento federalista europeo e l’Istituto Spinelli a Ventotene ci vanno da una vita e nei giorni passati vi hanno organizzato un seminario di formazione per il 35esimo anno di fila. Vi partecipano ragazzi provenienti da tutto il mondo per capire cosa significa il federalismo europeo. Già perché il motivo per cui tutta questa gente si affolla sul traghetto per Ventotene è che lì è nata l’idea di un’Europa federale. Non un’Europa qualunque. “Isola dove è nata l’Europa” significa isola dove un uomo chiamato Altiero Spinelli, mentre era confinato dal regime fascista dal 1939 al 1943, scrisse il manifesto “per un’Europa libera e unita” dove pensava a un’Europa come Stato federale. Un’idea e un progetto politico che richiedono un modo di ragionamento nuovo e diverso da tutte le altre ideologie.

Come sia nata questa idea lo descrive Spinelli nella sua autobiografia “Come ho tentato di diventare saggio”. Oltre a raccontare in stile romanzo di quando coltivava le patate, flirtava con la donna che avrebbe sposato e restava avvelenato dopo un coniglio al forno, Spinelli spiega gli Stati Uniti d’Europa: un unico Stato europeo, con una Costituzione, un governo, una politica estera e di difesa e tutte le altre caratteristiche di uno Stato. Ma fermi! Non uno Stato assoluto dove le “culture nazionali” sono abolite e il potere è accentrato in una lontana Bruxelles o chissà dove, come ho già spiegato in passato. “Federale” non è un aggettivo da nulla. Significa che i poteri sono distribuiti su più livelli, in modo da favorire la partecipazione dei cittadini, che alcune scelte vengono prese in comune e che le differenze nazionali vengono valorizzate. Un progetto ancora lontano dall’Europa di oggi, che richiede immaginazione, studio e seria comprensione. Speriamo che tutti gli Europeans che si appassionano in questi mesi a Ventotene diventino saggi come aveva tentato di fare Spinelli.

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Il quartiere olimpico di Monaco

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L’Olympiapark di Monaco dall’alto 

Qualche giorno fa a Monaco di Baviera è successo un fatto molto triste. Nove persone sono state uccise e 27 ferite da un ragazzo di diciotto anni impazzito che si è messo a sparare in un centro commerciale. Tra le vittime, otto sono ragazzi molto giovani: tre di origini kosovare, tre cittadini turchi e un greco. Erano al Mc Donald o a prendere un drink in un tardo pomeriggio bavarese, al centro Olympia, nel quartiere Moosach, una zona molto interessante che all’improvviso è arrivata sui computer e le tv di tutto il mondo. Chi scrive c’è stato nell’estate del 2014 per una summer school ed ha vissuto per qualche settimana nel dormitorio per studenti del quartiere olimpico. Proprio ad un chilometro di distanza da dove c’è stata la sparatoria.

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Il campus per gli studenti

L’Olympiadorf è fantastico per chi non è abituato ai campus universitari. Una birreria dove alunni e professori si incontrano la sera in ciabatte, una sala studio immensa e tanti spazi per le grigliate. Ogni universitario ha una casetta a due piani, in quello di sotto c’è la cucina e sopra un letto ampio incastrato in una libreria e fuori un terrazzino. Un alloggio molto semplice, con la particolarità che l’esterno di ogni casetta può essere dipinto da chi vi alloggia (che deve prima chiedere il permesso ai responsabili del campus e farsi approvare il progetto). Questi piccoli bungalow erano gli alloggi degli atleti durante i giochi olimpici del 1972. Se si arriva all’estremo del campus, dalla parte della foto qui sopra in cui iniziano quei grandi palazzi, c’è una lapide. Ricorda quando undici atleti israeliani vennero presi in ostaggio e uccisi da un commando di terroristi palestinesi dell’organizzazione Settembre Nero. Fu un giorno terribile.

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Vicino alla lapide spuntano quei grossi condomini, dove non sembra che si faccia una brutta vita. L’ingresso è strapieno di biciclette, e sui terrazzini di vedono le piscinette gonfiabili dove si divertono i bambini. Sotto ci sono i supermercati, il fruttivendolo, il parrucchiere e molti ristorantini e fast food di varie località lontane del mondo, ad esempio del Libano o del Pakistan. Dall’altro lato del campus invece c’è la fermata della metro Olympiastadium e l’ingresso del parco olimpico, fantastico, con tanto di laghetto, campi da tennis, piscine e le giostre di un enorme parco divertimento. Il pomeriggio dei giorni festivi la zona si riempie di persone e a volte a passeggiare sono più le donne con il velo che quelle senza. Ci sono ragazzi che corrono tutti sudati, venditori di kebab avvolti nel fumo, bambini che mangiano zucchero filato, vanno sulle macchinine a scontro o entrano in queste bolle galleggianti che vedete qui sotto. Una zona bellissima, dove si incontrano persone dalle origini più diverse, dove c’è lo sport, lo studio, il divertimento, la storia recente e la cultura european.

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Il laghetto del parco olimpico

 

 

 

Nizza, 14.07.2016

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Il mare di Nizza, un anno fa, ad agosto del 2015 

Il semaforo per i pedoni sulla Promenade des Anglais ci metteva un sacco di tempo a diventare verde. Le persone aspettavano abbastanza diligenti, guardando il mare dall’altro lato della strada. Era l’agosto del 2015 e Nizza mi aveva fatto un’impressione strana. Mi viene in mente quella giornata di un anno fa dopo che questa notte un camion si è lanciato nella folla e ha ucciso almeno 84 persone durante la festa del 14 luglio, quando erano appena finiti i fuochi d’artificio, lì, sulla Promenade des Anglais.

Di Nizza ricordo che il posteggio sotterraneo in Rue de Rivoli aveva il soffitto basso e la macchina ci sbatteva in continuazione. Aveva appena piovuto e per le strade c’erano molti turisti che cercavano di comprare un ombrello o un foulard per coprirsi. Si parlava più italiano che francese. Il lungomare era lunghissimo e faceva sembrare Nizza una città enorme, più grande di Parigi, anche se apprendo ora che di abitanti ne ha circa 340 mila ed è la quinta città più popolata della Francia. La Promenade in effetti è lunga sei chilometri e per due di questi chilometri è durata la corsa del guidatore del camion, che pare che sia un trentunenne, franco tunisino, Mohamed Bouhlel, ucciso ieri dalla polizia.

La spiaggia era fatta di sassi bianchi rotondi e lisci e l’acqua del mare era molto azzurra, come ci si aspetta dal capoluogo della Costa Azzurra, quella riviera francese che continua la costa della Liguria, dopo Sanremo, Ventimiglia. Dall’altra parte si arriva a Marsiglia, una città complessa, molto diversa dalla Nizza della Promenade, ordinata e piena di alberghi, ma forse molto simile nell’agglomerato urbano fuori dal centro storico. Quartieri dai palazzi che si estendono in orizzontale, pieni di finestrelle e di condizionatori, come quelli che si vedono dall’autostrada che entra a Nizza, dove non sono stata e dove chissà che succede. Oggi, nessun commento, nessuna morale sull’incubo del 14 luglio, troppo presto per parlare, troppe poche le notizie certe, solo un ricordo di quella città europea sul mare azzurro.

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Le barzellette aiutano l’integrazione europea

smiley-1104085_960_720Fra quelli lassù in Regno Unito che vogliono andarsene dall’Ue, e prima la crisi dei migranti e gli Stati che chiudevano le frontiere, e prima ancora la crisi dell’euro, l’Europa non fa ridere per niente. Si ride solo per prendere in giro l’inefficienza dell’Unione europea. C’è però un giovane european, Romain Seignovert, che ha raccolto in un libro, dal titolo “De Qui Se Moque-t-On?” (Chi prendiamo in giro?), tutte le barzellette che i popoli europei dicono gli uni degli altri. Seignovert ha 29 anni, è nato in Francia, ha studiato in Spagna e Germania ed è autore di un blog amico di Europeans “Europe is not dead“. Un articolo del Guardian riporta alcune di queste ironie:

I portoghesi pensano che gli spagnoli se la tirino un po’ e dicono: “In un recente sondaggio, 11 spagnoli su 10 hanno detto di sentirsi superiori agli altri”

Gli estoni invece credono che i finlandesi siano timidi e si chiedono: “Come riconosci un finlandese estroverso? Quando gli parli guarda le tue scarpe, non le sue”

Secondo i belgi, gli olandesi sono tirchi come in questa barzelletta. “Il marito olandese alla moglie olandese: mettiti il cappotto, cara! Perché, tesoro, usciamo? No, io sto uscendo, quindi spengo il riscaldamento in casa”

I romeni sugli ungheresi vanno giù pesante. “Ho fatto tutti i controlli e il dottore dice che non ci sono dubbi. Sono xenofobo. Un’altra maledetta malattia che mi hanno attaccato gli ungheresi”

Qui in Italia non abbiamo barzellette sugli altri Paesi ma ci prendiamo in giro da soli, secondo l’autore. Ad esempio in questo modo: “Come si capisce che Gesù era italiano? Facile: solo un italiano resta in casa con i genitori fino a 30 anni, pensa che sua mamma sia vergine e, secondo la madre, è Dio”.

Il giovane Seignovert dice nel libro che ridere dei nostri vicini significa “riconoscere, persino celebrare le rispettive particolarità. Mostra che non siamo indifferenti l’uno verso l’altro”. Secondo lui, l’Europa non è solo una costruzione politica ed economica, ma anche culturale, di tutte queste nazioni che vivono insieme e l’Unione europea non ha fatto abbastanza per riconoscere questo.

Una delle critiche che vengono fatte a una possibile maggiore integrazione dell’Unione europea è che è impossibile superare le diversità nazionali. Ma come dice il nostro amico francese, l’obiettivo dell’Unione europea non è annientarle, ma valorizzarle. E magari riderci un po’ sopra.

 

 

 

L’Ammiraglio e la bambina

Si chiama Sophia dal nome di una bambina che nacque su una delle navi di soccorso, dopo che la mamma era stata appena tirata fuori da un barcone che stava per affondare. Adesso Sophia ha quasi un anno, sta bene, vive in Germania. L’Ammiraglio Enrico Credendino me lo racconta dal

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Il comandante della missione Sophia, Enrico Credendino

telefono per radio Capital, seduto nella sede della missione europea Eunavfor Sophia, a Roma, anche se viene da immaginarlo su una portaerei nel Mediterraneo. Credendino comanda questa missione da quando è nata, nel giugno 2015, con il mandato delle Nazioni Unite. Può contare su circa 1500 uomini e sulla partecipazione di 24 Paesi europei.

Eunavfor ha il compito di fermare, ispezionare, sequestrare le barche dei trafficanti di uomini, cioè quelli che trasportano le persone dalla Libia all’Italia in modo non legale. Poi deve consegnarli alle autorità italiane. Finora, gli ha consegnato 71 persone e ha neutralizzato 176 imbarcazioni (neutralizzare significa in pratica rendere la barca inutilizzabile per altri viaggi, quindi se necessario anche farla affondare una volta che è vuota così questi scafisti non la usano più). In più, la missione Sophia ha salvato 18 mila migranti in circa un anno.

Da qualche giorno, il 20 giugno 2016, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha prolungato il mandato alla missione fino al 27 luglio 2017 e le ha assegnato due nuovi compiti: l’addestramento della guardia costiera libica e il controllo dell’embargo Onu sulle armi alla Libia. Ora spiego. Formare una guardia costiera libica vuol dire, come ha detto l’Ammiraglio Credendino, rendere alcuni libici capaci di controllare le acque territoriali del loro Paese e quindi di arrestare loro gli scafisti e di salvare le persone che annegano in quel tratto di mare. Eunavfor Sophia può muoversi solo nelle acque internazionali, per cui ora accade che molti migranti muoiono nel mare della Libia dove non c’è nessuno che li soccorre. Quindi così si responsabilizzano i libici.

Controllare l’embargo delle armi, questa pure è una questione interessante. Secondo l’Onu le navi dell’Ammiraglio Credendino dovranno bloccare i mercantili con le armi per i gruppi terroristici della Libia, navi che provengono, dice l’Ammiraglio, dal Mediterraneo mediorientale. Molte armi arrivano in realtà ai gruppi come lo Stato islamico in Libia via terra ma comunque così si ridurrebbe l’afflusso e questo potrebbe aiutare il governo libico a stabilizzare il Paese. Insomma, ci sono ancora un sacco di cose da fare, però questa missione dell’Unione europea lavora sodo.