Il quartiere olimpico di Monaco

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L’Olympiapark di Monaco dall’alto 

Qualche giorno fa a Monaco di Baviera è successo un fatto molto triste. Nove persone sono state uccise e 27 ferite da un ragazzo di diciotto anni impazzito che si è messo a sparare in un centro commerciale. Tra le vittime, otto sono ragazzi molto giovani: tre di origini kosovare, tre cittadini turchi e un greco. Erano al Mc Donald o a prendere un drink in un tardo pomeriggio bavarese, al centro Olympia, nel quartiere Moosach, una zona molto interessante che all’improvviso è arrivata sui computer e le tv di tutto il mondo. Chi scrive c’è stato nell’estate del 2014 per una summer school ed ha vissuto per qualche settimana nel dormitorio per studenti del quartiere olimpico. Proprio ad un chilometro di distanza da dove c’è stata la sparatoria.

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Il campus per gli studenti

L’Olympiadorf è fantastico per chi non è abituato ai campus universitari. Una birreria dove alunni e professori si incontrano la sera in ciabatte, una sala studio immensa e tanti spazi per le grigliate. Ogni universitario ha una casetta a due piani, in quello di sotto c’è la cucina e sopra un letto ampio incastrato in una libreria e fuori un terrazzino. Un alloggio molto semplice, con la particolarità che l’esterno di ogni casetta può essere dipinto da chi vi alloggia (che deve prima chiedere il permesso ai responsabili del campus e farsi approvare il progetto). Questi piccoli bungalow erano gli alloggi degli atleti durante i giochi olimpici del 1972. Se si arriva all’estremo del campus, dalla parte della foto qui sopra in cui iniziano quei grandi palazzi, c’è una lapide. Ricorda quando undici atleti israeliani vennero presi in ostaggio e uccisi da un commando di terroristi palestinesi dell’organizzazione Settembre Nero. Fu un giorno terribile.

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Vicino alla lapide spuntano quei grossi condomini, dove non sembra che si faccia una brutta vita. L’ingresso è strapieno di biciclette, e sui terrazzini di vedono le piscinette gonfiabili dove si divertono i bambini. Sotto ci sono i supermercati, il fruttivendolo, il parrucchiere e molti ristorantini e fast food di varie località lontane del mondo, ad esempio del Libano o del Pakistan. Dall’altro lato del campus invece c’è la fermata della metro Olympiastadium e l’ingresso del parco olimpico, fantastico, con tanto di laghetto, campi da tennis, piscine e le giostre di un enorme parco divertimento. Il pomeriggio dei giorni festivi la zona si riempie di persone e a volte a passeggiare sono più le donne con il velo che quelle senza. Ci sono ragazzi che corrono tutti sudati, venditori di kebab avvolti nel fumo, bambini che mangiano zucchero filato, vanno sulle macchinine a scontro o entrano in queste bolle galleggianti che vedete qui sotto. Una zona bellissima, dove si incontrano persone dalle origini più diverse, dove c’è lo sport, lo studio, il divertimento, la storia recente e la cultura european.

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Il laghetto del parco olimpico

 

 

 

Nizza, 14.07.2016

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Il mare di Nizza, un anno fa, ad agosto del 2015 

Il semaforo per i pedoni sulla Promenade des Anglais ci metteva un sacco di tempo a diventare verde. Le persone aspettavano abbastanza diligenti, guardando il mare dall’altro lato della strada. Era l’agosto del 2015 e Nizza mi aveva fatto un’impressione strana. Mi viene in mente quella giornata di un anno fa dopo che questa notte un camion si è lanciato nella folla e ha ucciso almeno 84 persone durante la festa del 14 luglio, quando erano appena finiti i fuochi d’artificio, lì, sulla Promenade des Anglais.

Di Nizza ricordo che il posteggio sotterraneo in Rue de Rivoli aveva il soffitto basso e la macchina ci sbatteva in continuazione. Aveva appena piovuto e per le strade c’erano molti turisti che cercavano di comprare un ombrello o un foulard per coprirsi. Si parlava più italiano che francese. Il lungomare era lunghissimo e faceva sembrare Nizza una città enorme, più grande di Parigi, anche se apprendo ora che di abitanti ne ha circa 340 mila ed è la quinta città più popolata della Francia. La Promenade in effetti è lunga sei chilometri e per due di questi chilometri è durata la corsa del guidatore del camion, che pare che sia un trentunenne, franco tunisino, Mohamed Bouhlel, ucciso ieri dalla polizia.

La spiaggia era fatta di sassi bianchi rotondi e lisci e l’acqua del mare era molto azzurra, come ci si aspetta dal capoluogo della Costa Azzurra, quella riviera francese che continua la costa della Liguria, dopo Sanremo, Ventimiglia. Dall’altra parte si arriva a Marsiglia, una città complessa, molto diversa dalla Nizza della Promenade, ordinata e piena di alberghi, ma forse molto simile nell’agglomerato urbano fuori dal centro storico. Quartieri dai palazzi che si estendono in orizzontale, pieni di finestrelle e di condizionatori, come quelli che si vedono dall’autostrada che entra a Nizza, dove non sono stata e dove chissà che succede. Oggi, nessun commento, nessuna morale sull’incubo del 14 luglio, troppo presto per parlare, troppe poche le notizie certe, solo un ricordo di quella città europea sul mare azzurro.

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Le barzellette aiutano l’integrazione europea

smiley-1104085_960_720Fra quelli lassù in Regno Unito che vogliono andarsene dall’Ue, e prima la crisi dei migranti e gli Stati che chiudevano le frontiere, e prima ancora la crisi dell’euro, l’Europa non fa ridere per niente. Si ride solo per prendere in giro l’inefficienza dell’Unione europea. C’è però un giovane european, Romain Seignovert, che ha raccolto in un libro, dal titolo “De Qui Se Moque-t-On?” (Chi prendiamo in giro?), tutte le barzellette che i popoli europei dicono gli uni degli altri. Seignovert ha 29 anni, è nato in Francia, ha studiato in Spagna e Germania ed è autore di un blog amico di Europeans “Europe is not dead“. Un articolo del Guardian riporta alcune di queste ironie:

I portoghesi pensano che gli spagnoli se la tirino un po’ e dicono: “In un recente sondaggio, 11 spagnoli su 10 hanno detto di sentirsi superiori agli altri”

Gli estoni invece credono che i finlandesi siano timidi e si chiedono: “Come riconosci un finlandese estroverso? Quando gli parli guarda le tue scarpe, non le sue”

Secondo i belgi, gli olandesi sono tirchi come in questa barzelletta. “Il marito olandese alla moglie olandese: mettiti il cappotto, cara! Perché, tesoro, usciamo? No, io sto uscendo, quindi spengo il riscaldamento in casa”

I romeni sugli ungheresi vanno giù pesante. “Ho fatto tutti i controlli e il dottore dice che non ci sono dubbi. Sono xenofobo. Un’altra maledetta malattia che mi hanno attaccato gli ungheresi”

Qui in Italia non abbiamo barzellette sugli altri Paesi ma ci prendiamo in giro da soli, secondo l’autore. Ad esempio in questo modo: “Come si capisce che Gesù era italiano? Facile: solo un italiano resta in casa con i genitori fino a 30 anni, pensa che sua mamma sia vergine e, secondo la madre, è Dio”.

Il giovane Seignovert dice nel libro che ridere dei nostri vicini significa “riconoscere, persino celebrare le rispettive particolarità. Mostra che non siamo indifferenti l’uno verso l’altro”. Secondo lui, l’Europa non è solo una costruzione politica ed economica, ma anche culturale, di tutte queste nazioni che vivono insieme e l’Unione europea non ha fatto abbastanza per riconoscere questo.

Una delle critiche che vengono fatte a una possibile maggiore integrazione dell’Unione europea è che è impossibile superare le diversità nazionali. Ma come dice il nostro amico francese, l’obiettivo dell’Unione europea non è annientarle, ma valorizzarle. E magari riderci un po’ sopra.

 

 

 

L’Ammiraglio e la bambina

Si chiama Sophia dal nome di una bambina che nacque su una delle navi di soccorso, dopo che la mamma era stata appena tirata fuori da un barcone che stava per affondare. Adesso Sophia ha quasi un anno, sta bene, vive in Germania. L’Ammiraglio Enrico Credendino me lo racconta dal

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Il comandante della missione Sophia, Enrico Credendino

telefono per radio Capital, seduto nella sede della missione europea Eunavfor Sophia, a Roma, anche se viene da immaginarlo su una portaerei nel Mediterraneo. Credendino comanda questa missione da quando è nata, nel giugno 2015, con il mandato delle Nazioni Unite. Può contare su circa 1500 uomini e sulla partecipazione di 24 Paesi europei.

Eunavfor ha il compito di fermare, ispezionare, sequestrare le barche dei trafficanti di uomini, cioè quelli che trasportano le persone dalla Libia all’Italia in modo non legale. Poi deve consegnarli alle autorità italiane. Finora, gli ha consegnato 71 persone e ha neutralizzato 176 imbarcazioni (neutralizzare significa in pratica rendere la barca inutilizzabile per altri viaggi, quindi se necessario anche farla affondare una volta che è vuota così questi scafisti non la usano più). In più, la missione Sophia ha salvato 18 mila migranti in circa un anno.

Da qualche giorno, il 20 giugno 2016, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha prolungato il mandato alla missione fino al 27 luglio 2017 e le ha assegnato due nuovi compiti: l’addestramento della guardia costiera libica e il controllo dell’embargo Onu sulle armi alla Libia. Ora spiego. Formare una guardia costiera libica vuol dire, come ha detto l’Ammiraglio Credendino, rendere alcuni libici capaci di controllare le acque territoriali del loro Paese e quindi di arrestare loro gli scafisti e di salvare le persone che annegano in quel tratto di mare. Eunavfor Sophia può muoversi solo nelle acque internazionali, per cui ora accade che molti migranti muoiono nel mare della Libia dove non c’è nessuno che li soccorre. Quindi così si responsabilizzano i libici.

Controllare l’embargo delle armi, questa pure è una questione interessante. Secondo l’Onu le navi dell’Ammiraglio Credendino dovranno bloccare i mercantili con le armi per i gruppi terroristici della Libia, navi che provengono, dice l’Ammiraglio, dal Mediterraneo mediorientale. Molte armi arrivano in realtà ai gruppi come lo Stato islamico in Libia via terra ma comunque così si ridurrebbe l’afflusso e questo potrebbe aiutare il governo libico a stabilizzare il Paese. Insomma, ci sono ancora un sacco di cose da fare, però questa missione dell’Unione europea lavora sodo.

 

 

E così ora siamo ex

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I giovani britannici non saranno contenti del risultato del referendum sulla Brexit

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione europea. Il referendum sulla Brexit ha visto la vittoria del fronte del Leave. Oggi è un giorno triste per Europeans. Ci sono alcuni cittadini che non vogliono più essere Europeans.

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e l’ex sindaco di Londra, capo di quelli che vogliono uscire dalla Ue, Boris Johnson sembrano vivere in due mondi paralleli. “Dobbiamo dare seguito alle richieste dei cittadini britannici in fretta”, dice Juncker. Sembra arrabbiato o forse liberato. Almeno ora le cose sono chiare, ci siamo tolti un peso – forse pensa in segreto. In molti oggi corrono a rivedere i trattati dell’Unione europea, l’articolo 50 del trattato sull’Unione europea per capire cosa succederà ora, molti commentatori si avventurano nei possibili scenari. La verità è che nessuno può saperlo davvero, perché è la prima volta che accade qualcosa del genere. Forse non lo immagina esattamente neanche Jean-Claude. Dall’altra parte, Johnson dice cose del tipo: “non volteremo le spalle all’Europa, i nostri giovani faranno sempre parte di quella civiltà comune”, “continueremo a essere un grande Paese europeo!”. Come dire al fidanzato che abbiamo lasciato, sì però continuiamo comunque a vederci, ad andare a cena insieme, ad abbracciarci eccetera. No. Non è così. Quello che è appena successo è una cosa brutta, seria, non è un gioco. Non si gioca con le relazioni. Quello che si può e si dovrebbe fare è restare amici, mantenere la lealtà, il legame amaro di due entità che sono state insieme. Evitare il rancore, quello sì.

Sempre che il discorso non si complichi. Il Regno Unito questa notte si è suicidato. La First Minister della Scozia Nicola Sturgeon ha detto che un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia – dove il Remain ha prevalso – è “highly likely”, altamente probabile. Il Regno Unito rischia anche la disintegrazione. Ormai fare i paragoni fra l’attualità e i Balcani è diventato quasi banale, lo fanno in molti e sempre più spesso. Però è vero che non è possibile non pensare alla ex Jugoslavia, in questi casi, e a come si è divisa in tanti pezzettini sempre più piccoli negli anni Novanta. Certo, non succederà che gli europeans (italiani, polacchi e tutti gli altri) a Londra, a Manchester, imbracciano i kalashnikov e dichiarano la loro unione alla madre patria Europa. Non è proprio lo stesso. Però tutta questa voglia di isolamento non giova alla pace fra gli Stati. Il più grande risultato dell’Unione europea è la pace e quella è l’essenza dell’Ue, non l’economia, non il commercio. Evitiamo di mettere a rischio la pace, Europeans.

La lotta al terrorismo secondo l’Ue

Sapevate che esiste un coordinatore europeo antiterrorismo? Si chiama Gilles de Kerchove, è un belga ed è quello della foto qui sotto. È in carica dal 2007, da quando dopo gli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid (tre anni dopo perché il processo decisionale europeo è lungo) si è pensato che la lotta al terrorismo potesse essere fatta meglio tutti insieme come Stati europei.

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Gilles de Kerchove, capo dell’antiterrorismo europeo

In questo periodo, dopo il 22 marzo, giorno terribile per gli europeans che hanno subìto due attacchi a Bruxelles, si è parlato molto di come combattere il terrorismo. Ce la siamo presa con le forze dell’ordine del Belgio, che hanno commesso una serie di errori, confermati o meno, e che non sono riusciti a prevenire l’attentato. Il 18 marzo era stato arrestato il super ricercato dopo il 13 novembre a Parigi Salah Abdeslam, che poi stava lì a Bruxelles, e l’allerta era massima in tutta Europa. Però i tre kamikaze sono usciti dalla loro casa sempre a Bruxelles e sono andati tutti pieni di borsoni all’aeroporto e uno in metro e nessuno li ha bloccati, né quel giorno né nei mesi e anni precedenti.

Gli attentatori erano già noti da un po’ agli intelligence. A marzo 2014 era stato emesso un mandato di arresto internazionale per Najim Lachraoui, che si è fatto esplodere all’aeroporto Zaventem. La Turchia ha detto di aver espulso Ibrahim Bakraoui, l’altro kamikaze dell’aeroporto, verso il Belgio ma le autorità del Paese lo hanno rilasciato. Queste e altre sono le mancanze attribuite all’intelligence e alle forze dell’ordine belghe e di tutti i Paesi europei. E che hanno spinto alcuni politici e commentatori a parlare della necessità di un servizio segreto europeo.

In questo articolo “La lotta al terrorismo secondo l’Unione europea” ho ricostruito i mezzi a disposizione dell’Ue per combattere il terrorismo.

 

 

Marzo 2016 european

Bruxelles: media belgi, sale a 34 bilancio dei morti
Solidarietà a Bruxelles, dopo gli attentati del 22 marzo, che hanno causato più di 30 morti (foto: ANSA/AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

 

Belgio. Sono circa le 8 di mattina del 22 marzo, a Bruxelles.  Due terroristi si fanno esplodere all’aeroporto di Zaventem. Un’ora dopo un altro kamikaze salta in aria alla fermata della metropolitana Maelbeek. Muoiono più di 30 persone e moltissimi sono i feriti gravi. Nelle ore dopo l’attentato, notizie incerte, forze di sicurezza belghe in difficoltà. Vengono individuati i tre terroristi: i fratelli Ibrahim e Khalid Bachraoui e Najim Lachraoui, l’artificiere dell’attacco a Parigi dello scorso 13 novembre. Mancano all’appello un uomo con il cappello che si vede accanto ai due kamikaze dell’aeroporto nelle immagini delle telecamere di sorveglianza e una quarta persona che sembra che fosse in metropolitana insieme a Khalid Bachraoui. Una storia dalle molte implicazioni di cui Europeans si occuperà ancora nei prossimi post.

Spagna. All’alba del 20 marzo un pullman sbanda e si schianta all’altezza di Tarragona, sull’autostrada Ap7 che dalla Catalogna arriva fino al confine con la Francia. Muoiono 13 studentesse Erasmus, sette italiane, due tedesche, una francese, una romena, un’austriaca, un’uzbeca. Le ragazze avevano fra i 22 e i 25 anni e studiavano all’università di Barcellona. Quella domenica mattina erano di ritorno dalla notte dei fuochi della Fiesta de Las Fallas di Valencia, un viaggio organizzato dall’Erasmus Student Network.

Germania. Il 13 marzo si è votato in tre Lander: Sassonia Anhalt, Baden Wurttemberg e Renania Palatinato. L’unione cristiano democratica di Angela Merkel è arrivata al secondo posto in Renania – Palatinato, dietro ai socialdemocratici. Stessa posizione per la Cdu anche nel Baden Wurttemberg, dove è stata superata dai Verdi. Il partito di Merkel ha vinto invece in Sassonia-Anhalt, dove però la formazione di destra euroscettica “Alternativa per la Germania” (Afd) ha conquistato più del 20 per cento dei voti.

Francia. Il 31 marzo in molte città ci sono state manifestazioni contro la riforma del diritto del lavoro presentata dalla ministra Myriam El Khomri del governo socialista di Manuel Valls. Non è la prima protesta contro il progetto: secondo i manifestanti, la riforma renderebbe più facili i licenziamenti e aumenterebbe la precarietà del lavoro. Per il governo, l’approvazione del testo permetterebbe di ridurre la disoccupazione. In questo articolo del 9 marzo tutti i dettagli di una partita importante per il presidente francese Francois Hollande.

 

Leader affascinanti, dibattiti appassionati ma la Spagna è ancora senza governo

Niente, Pedro Sanchez non ce l’ha fatta neanche stavolta. Il leader del partito socialista spagnolo è andato al parlamento per avere la fiducia come Primo Ministro del Paese, ma nulla da fare, ha avuto 131 voti a favore e 219 contrari. Stessa bocciatura l’aveva avuta lo scorso mercoledì 2 marzo. In pratica, lo hanno votato solo i deputati del suo partito, che sono 90, e i 40 di Ciudadanos, la formazione di centro guidata dal giovane dell’ultima foto sulla destra, Albert Rivera. Con Albert, negli scorsi giorni, Pedro aveva trovato un accordo per formare il governo, nonostante i due siano di idee politiche un po’ diverse. Ma la maggioranza necessaria per governare è di 176 seggi e Pedro – Albert, c’è poco da fare, arrivano a 130 voti.

Quello su cui contavano era l’appoggio, o almeno l’astensione, di Pablo Iglesias, il tipo con la coda di cavallo, e dei suoi 69 deputati di Podemos, il partito degli ex indignados che protestavano contro l’austerità dell’economia. Ma Pablo ha detto no a questa ipotesi di governo, all’inizio di brutto, insultando persino Pedro Sanchez, poi con toni più gentili, ma non si è mosso dalle sue posizioni. Iglesias vorrebbe una coalizione più di sinistra, con i socialisti e i comunisti di Izquierda Unida, però ci sarebbe bisogno dell’appoggio  dei partiti indipendentisti catalani, Esquerra Republicana e Democracia i lliberat. Cosa che i socialisti non possono accettare.

La Spagna adesso è nei guai. Non che prima potesse stare tranquilla, visto che i cittadini avevano votato il 20 dicembre 2015 e ancora non avevano un esecutivo. Ma adesso è partito il conto alla rovescia per mettersi d’accordo: se nessuno riuscirà a formare un governo entro il 2 maggio (la Costituzione prevede che passino due mesi dal primo voto), gli spagnoli dovranno tornare a votare in un giorno da scegliere dopo il 26 giugno. Ricordo ai lettori europeans che questi leader del Paese sono nella media uomini affascinanti: Pedro ha come ammiratrici tutte le donne spagnole, Pablo ha il fascino dell’anticonformista e le foto di Rivera semi nudo nei suoi primi manifesti elettorali sembravano quelle di un modello.

Ok Rajoy è magari po’ anziano, ma se alla lista aggiungiamo pure Alberto Garzon, il leader di Izquierda Unida, il livello è alto e anche la loro arte oratoria al parlamento sembra molto vivace e appassionata. Fa pensare a una politica in cambiamento, che ha da poco abbandonato la tradizione del bipartitismo fra socialisti e popolari, si è ritrovata con un parlamento tutto frammentato e deve capire cosa deve fare. Certo, però, che seppur attraenti, questi uomini rischiano di lasciare la Spagna senza governo fino all’estate 2016.

 

L’Europa delle emergenze

A Bruxelles, ogni Consiglio europeo (capi di Stato o di governo) o Consiglio dell’Unione europea (ministri dei vari Paesi competenti per materia), ognuna di queste riunioni in teoria ha un ordine del giorno, un’agenda. Ma il fatto è che spesso questi odg non vengono rispettati perché c’è sempre un’urgenza di cui occuparsi subito, che mette in secondo piano tutto il resto.

“Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei a Bruxelles è stato caratterizzato da contrasti individuali e fra gruppi. Alla fine è stato rinviato quasi tutto al summit straordinario dei capi di Stato e di governo del prossimo 7 marzo”.

Questo della frase in questione, presa da un articolo del Corriere, era il Consiglio in cui gli Stati si dovevano mettere d’accordo su come gestire l’arrivo dei profughi alle loro frontiere, se chiudendo i confini, mettendo delle quote o altro. Nel Consiglio, il commissario europeo per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos ha detto che se in questi giorni fra di noi non c’è un dialogo, si rischia la fine di Schengen. Un senso di pathos incombe attorno al processo decisionale europeo. Sembra un continuo “aiuto, dobbiamo sbrigarci con questa storia dei profughi”, “aiuto, dobbiamo trovare una soluzione per far restare la Grecia nell’Unione”.

Rifugiati, Grecia, terrorismo, Brexit,  ogni volta ce n’è una nuova. Ricordiamo ad esempio il Consiglio europeo straordinario sull’immigrazione del 23 aprile 2015, convocato in seguito all’indignazione  dopo la morte di moltissimi rifugiati durante la traversata tra la Libia e l’Italia. In questo video si possono vedere tutte le emergenze che l’Unione europea ha affrontato nel 2015.

 

 

Emergenze che all’inizio sembrano situazioni inimmaginabili del tipo “ma ti pare che il Regno Unito possa uscire dall’Unione europea?” o “ma davvero non è così assurdo che la libertà di movimento conquistata con Schengen sia a rischio?” ma  che poi assumono una realtà e un’imminenza che pare di essere sempre sull’orlo della fine dell’Unione. Ad ogni litigio, c’è la sensazione che la relazione stia per finire, il gruppo sciogliersi e gli amici diventare sconosciuti. L’emergenza più grave è quella dell’Europa stessa.

I nodi sono i medesimi da anni, difficili da sciogliere, forieri di sentimenti antieuropei e di nuovi nazionalismi, che si manifestano in vario modo

Così dice Enzo Moavero Milanesi sul Corriere del 25 febbraio 2016. Il fatto è che se ogni volta bisogna discutere di situazioni urgenti che esplodono all’improvviso, non c’è tempo per ripensare noi stessi, noi come Europa, per rivedere il nostro rapporto. Per pensare eventuali riforme istituzionali che permettano un’Unione più efficiente e attiva.

 

La questione “Brexit” e la risposta dell’Unione europea

Britain's PM Cameron arrives to pose for a family photo during an EU leaders summit in Brussels
All’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016 c’è la proposta di accordo Ue-Regno Unito (foto: Eunews)

Cosa vuol dire? Il termine viene da Britain Exit e indica l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Una richiesta che il Prime Minister David Cameron ha fatto durante la campagna per essere rieletto a maggio 2015 e ripetuto dopo la vittoria. La Brexit dovrebbe realizzarsi con un referendum in cui i cittadini britannici dicono sì o no alla permanenza nell’Ue. Il voto si dovrebbe tenere “entro il 2017”, ma in pratica Cameron vuole farlo a giugno 2016. Ad un certo punto, però, David ha fatto una sorta di retromarcia e non sembra proprio sicuro di voler andarsene dall’Unione europea: adesso vorrebbe che il popolo britannico si esprimesse alle urne per restare nell’Unione.

Il dialogo con l’Unione europea. Ora quindi la cosa si è complicata: in pratica David sta negoziando con l’Unione europea per ottenere delle concessioni che convincano i cittadini britannici a votare per restare nell’Unione a questo referendum. Quello che scoccia a Cameron dell’Unione europea è che far parte di questa specie di organizzazione internazionale-mezzo Stato europeo limita il suo potere sovrano, cioè il potere di fare e decidere le cose liberamente da parte dello Stato. La  bozza di accordo che sarà votata fra poco, nel Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016, cerca di venire incontro ai desideri di Cameron. Questi sono i punti principali:

  • Maggior potere ai parlamenti nazionali: il documento sviluppa un principio già presente nel diritto europeo, quello della sussidiarietà, per cui se la maggioranza dei parlamenti nazionali in Ue pensa che una bozza di legge della Commissione violi la sussidiarietà, la proposta di legge viene bloccata. La sussidiarietà è un principio parecchio lungo da spiegare ma che in pratica dice che i compiti devono essere fatti dal livello di governo più vicino ai cittadini e se questo non è in grado di farli, possono assumerli i livelli di governo più lontani, quindi si va ad esempio, dalle regioni, al governo nazionale, all’Unione europea.
  • Freno d’emergenza: è uno strumento cui si può ricorrere per bloccare per quattro anni alcuni benefici del welfare ai cittadini europei che si trasferiscono nel Regno Unito (quelli nuovi non chi già sta lì). La decisione deve essere approvata dal Consiglio a maggioranza qualificata e può essere applicata soltanto da quei Paesi che “non hanno fatto uso dei periodi di transizione” per limitare l’ingresso di lavoratori stranieri dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007 e cioè Gran Bretagna, Irlanda e Svezia.
  • Bloccare l’unione politica: l’espressione contenuta nei trattati, sulla creazione di un’unione sempre più stretta fra i popoli d’Europa, si chiarisce nella bozza, “intende segnalare che l’obiettivo dell’Unione è di promuovere la fiducia e la comprensione tra le persone che vivono in società aperte e democratiche” ma “non è l’equivalente di un obiettivo di integrazione politica”. Insomma il riferimento “non offre le basi per estendere la portata di una disposizione dei trattati e del diritto derivato dell’Ue”. Si pensa qui alle interpretazioni del diritto europeo fornite dalla Corte di giustizia europea, che in molti casi, hanno permesso di estendere le competenze dell’Unione a scapito di quelle degli Stati.
  • No discriminazione per i Paesi che non hanno l’euro: era una richiesta di Cameron che è stata esaudita con diverse previsioni. Ad esempio, si dice che i capi di Stato dovrebbero concordare sulla creazione di un meccanismo secondo cui, se un certo numero di Stati fuori dalla moneta unica dichiara una contrarietà motivata all’adozione di un atto legislativo sul funzionamento dell’area euro, allora il Consiglio si impegnerà a discutere la questione. La bozza chiarisce però che questo non equivale a mettere il veto sugli atti futuri di una possibile integrazione maggiore dell’area euro.

Cosa comporterebbe Brexit? Difficile dirlo, non è mai successa una cosa simile. L’unica cosa certa è l’incertezza assoluta che ci sarà nei due o tre anni successivi all’evento. Le analisi si concentrano sulle possibili perdite sul fronte dello scambio commerciale con gli altri Paesi dell’Ue e sul piano degli investimenti ma gli scenari sono tantissimi. Alcune grandi aziende internazionali che hanno sede nel Regno Unito come Goldman Sachs sono contrarie a Brexit e ne evidenziano i danni.Ci potrebbero essere anche alcuni problemi con la Scozia che è molto europeista, al contrario della Gran Bretagna: una vicenda che avevo già spiegato nel post “La love story del Regno Unito, solo e indeciso“.

Ad ogni modo, il dialogo con l’Ue sarà ancora lungo. Uscire dall’Ue in teoria si può: l’articolo 50 del trattato di Lisbona prevede la possibilità di recesso dall’Unione, con la negoziazione e conclusione di un accordo Ue-Paese che vuole andarsene (qui maggiori dettagli), ma di tutto ciò è ancora presto per parlare. Per adesso, su Open Europe c’è “What if…?“, una visione ipotetica comprensiva e documentata su tutte le sfide, opportunità e conseguenze per un Regno Unito fuori dall’Ue. Il succo è che non è possibile calcolare perdite e benefici perché dipendono da una serie di decisioni che prenderanno l’Europa e lo United Kingdom.