Perché L’Ue non manda i carri armati. Riflessioni sulla Politica estera europea

Convoglio Isis
Convoglio Isis

Sono in molti a chiedersi perché l’Unione europea non fa niente per calmare il conflitto in Ucraina o in Libia. Come venti anni fa, molti accusavano “l’Europa” di non aver fatto nulla per fermare la guerra in ex Jugoslavia. A volte la domanda diventa retorica e viene posta solo per protestare di fronte a una inazione. Allora ho preso il mio libro dell’università, l’esame si chiamava “Azione Esterna dell’Unione europea”, e ho cercato di ricordare cosa può fare l’Ue quando scoppia una crisi nelle sue vicinanze.

Il discorso sull’azione esterna dell’Ue, che neanche può chiamarsi Politica estera europea per volontà dei nostri Stati, è lungo e complicato. Formalizzata nel Trattato di Maastricht come “politica estera comune”, l’azione esterna europea ha cambiato più volte nome. Da tradizione, è un settore intergovernativo, dove il Consiglio Europeo ha un ruolo preponderante e si vota all’unanimità. Dal 2009 con il Trattato di Lisbona si parla di Politica estera e di sicurezza comune. Il ruolo di Alto Rappresentante per la PESC è stato qui ufficialmente introdotto, insieme al Servizio europeo per l’azione esterna, una sorta di servizio diplomatico dell’Unione. Ho scelto di darvi qui tre spunti di riflessione utili a rispondere alle domande sul perché l’Unione europea sembra a volte svenire di fronte alle crisi internazionali.

  • Una politica su cui l’Ue insiste molto è quella di Allargamento, Vicinato e Partenariato. Questa politica non è parte della PESC ma in senso largo ci può rientrare perché è intesa come una politica di sicurezza. In che senso? L’allargamento riguarda i paesi dell’Europa centro orientale e i tre Baltici e mira a farli entrare nell’Unione dopo che hanno rispettato alcuni criteri. Il partenariato è per le repubbliche ex sovietiche e prevede dialogo politico e accordi commerciali, ma non l’entrata nell’Ue. Il Vicinato è in mezzo fra le due: diretta ai vicini del Sud e dell’Est, prevede che essi non possono aderire all’Ue. L’Unione punta a ingraziarsi questi paesi e quindi a farli entrare o aumentare i commerci e guadagnarci. L’unione vi promuove la democrazia o il rispetto delle regole così sta tranquilla che vicino ai suoi confini non succedono disastri. Come quando compri un sacco di vitamina C per tuo fratello in modo che non si prenda l’influenza e non te l’attacchi (più o meno).
  • L’Unione europea ha dei meccanismi per la promozione del peacebuilding (costruzione della pace). L’Unione dà degli incentivi agli attori in guerra in modo che la pace diventi più conveniente della guerra. In pratica, vuole stimolare una trasformazione volontaria degli interessi e dei valori delle parti in conflitto. Confida nel fatto che prima o poi si rompano le scatole delle pressioni internazionali e si stringano la mano. I metodi sono questi: dare supporto tecnico e finanziario ai paesi, ad esempio per fare riforme, socializzazione e condizionalità. Cioè: se fai la pace, ti prometto benefici o minaccio sanzioni. Ovvio che per essere efficace in questa parte molto bella ma molto teorica e poco invasiva della politica estera europea, l’unione deve essere credibile e deve offrire prodotti buoni come ricompensa. Due caratteristiche che spesso mancano: non è molto credibile chi cambia ripetutamente idea perché le diverse anime al suo interno la pensano diversamente e non è molto desiderabile chi può offrire scambi commerciali con un’unione economica incompleta.
  • Politica di sicurezza e difesa comune. Esiste da dopo Lisbona e vuole dare all’Unione capacità militari e civili di gestione delle crisi. Sempre, ovviamente, non per attaccare Stati a caso, ma per il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale. Solo che l’Unione non ha un esercito suo. Già. Da gennaio 2007 dispone di due battlegroups tattici in stand-by ogni sei mesi. Però non sono stati mai usati perché devono essere mossi dagli Stati, che non trovano mai l’accordo. C’è poi un Civilian Response Team, forze civili di reazione rapida, pronte a sostenere una missione per un mese. Anche queste mai schierate. Va a finire che non disponendo di un esercito permanente, l’UE utilizza contingenti speciali forniti dai paesi dell’UE per missioni di pace in diverse zone del mondo. E comunque, le operazioni che hanno implicazioni di carattere militare o di difesa non possono essere finanziate dal bilancio Ue ma i costi vengono ripartiti secondo un meccanismo fra gli Stati membri.

Morale? Non c’é. Però tenete presente che questi tre sono i principali poteri che gli Stati hanno “delegato” all’Unione europea per combattere le crisi. E non lamentatevi molto che l’Unione europea non faccia nulla.

Note: le informazioni vengono dal libro “L’Unione europea attore di sicurezza regionale e globale” di Gianni Bonvicini e sono disponibili in diverse pubblicazioni sul sito dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

Annunci

Un pensiero su “Perché L’Ue non manda i carri armati. Riflessioni sulla Politica estera europea

  1. Simone

    Ah be’ ma ora con la nomina di Michel Barnier a Consigliere speciale per la difesa, sicuramente cambierà tutto…ormai ricicliamo tutti…sarà contenta la Mogherini

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...