Dobar dan, Bosnia! – Risvegli di viaggio

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Il primo sole rosa, il sedile di fronte e il mal di pullman nello stomaco. All’inizio del viaggio percepisci solo questo. Poi metti a fuoco il finestrino e il paesaggio al di fuori: un gabbiotto azzurrino che all’inizio tu, nata con la caduta delle frontiere in Europa, scambi per uno strano benzinaio senza pompa. Invece, è la dogana del confine fra Croazia e Bosnia Erzegovina, Slavonski Brod, vicino al fiume Sava. Dogana in croato si dice “carina” però questa gabbietta è il frutto di una guerra, quella per buttare giù la ex Jugoslavia che hanno fatto negli anni Novanta quindi non ti sembra poi molto carina questa dogana. Gangnam style suona la radio con il sud coreano che supera tutti i confini, mentre la polizia di frontiera, prima un signore croato e poi uno bosniaco, controlla i documenti.

Sarajevo, quello che all’epoca era il viale dei cecchini e l’Holiday Inn, hotel dei media internazionali durante la guerra (foto: Livia Liberatore)

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Quasi ti specchi nei vetri lucidi della torre grattacielo di Avaz, il colosso dell’informazione bosniaca, a due passi dal centro di Sarajevo. Fa caldo, un giardiniere lima con la sega elettrica i cespugli al lato del Viale dei Cecchini, quella strada larga e vivace che dal 1992 al 1995 fu il bersaglio dei tiri degli sniper appostati sulle colline della città. Torna nella testa una scena di un film (minuto 10.20), un uomo che correva per quelle strade e sotto suonava una canzone degli Stone Roses I wanna be adored. Infissi nuovi, vetri puliti tra le case, alcune ancora ferite dagli spari, del quartiere di Grbavica. Compare la fabbrica, o almeno quella che il generale Jovan Divjak chiama la fabbrica che è una moschea tozza e larga che sforna e inforna fedeli, che pregano cinque volte al giorno e digiunano durante il ramadam. Islam e corruzione ai margini di Sarajevo, ma prima di tutto Sarajevo, solo lei l’identità sentita dai suoi abitanti, unica mia città, unica appartenenza per i cittadini protetti da Divjak.

3

Anello fra i seni, costume alla moda per un fisico in forma. Apro gli occhi all’improvviso dopo un sonno del dopo pranzo. Una ragazza muove le gambe su una specie di attrezzo da palestra di ferro ai laghetti pannonici di Tuzla, cittadina del Nord della Bosnia. Piscine salate attrezzate, con tanto di cascate, scivoli, docce e spogliatoi dove si riversano i locali nei giorni di relax. Dal chiosco dei panini parte Feel e Robbie Williams si alterna con il richiamo del muezzin e poi anche con il suono delle campane. Mi viene in mente quella ragazza mentre sento i relatori della conferenza organizzata dalla Fondazione Langer “é possibile un’Europa che non sia multiculturale?“. dire che i giovani in questo Paese devono assumersi la responsabilità del passato e parlare di riconciliazione, dimenticare l’odio. Nella Bosnia venti anni dopo la fine della guerra, molti sembrano avercela più con i “politici” che con le istituzioni create negli accordi di pace di Dayton: il blocco della Bosnia di oggi è un problema di cattiva amministrazione più che di Costituzione basata sulla logica dell’etnia.

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Occhi azzurri e polpacci venosi sopra i sandali ciabatta con i calzini come quelli che aveva mia nonna. Nena avrà più di ottant’anni e prepara burek al formaggio per colazione nella sua casa di Srebrenica, cittadina nell’Est della Bosnia Erzegovina che esattamente l’11 luglio ricorda venti anni dal genocidio di più di otto mila musulmani compiuto dalle truppe del generale Ratko Mladic, alla fine del conflitto. Sul pavimento c’è la moquette, all’ingresso un plaid appena lavato. La casa era bella prima della guerra, ora mia figlia Nada non lavora e la mia pensione è bassa – racconta Nena mentre ci ingrassa con caffè e torta alle mele. Sul balcone c’è un tappeto e un divano peloso, Nena saluta la vicina che si affaccia da una casa scheggiata ancora da una granata. Fa caldo eh! Mi si stringe qualcosa nel petto, qui è come se la guerra fosse finita ieri.

Il ponte di ferro che collega Bosnia e Serbia a Zvornik, scavalcando la Drina (foto: Livia Liberatore)
Il ponte di ferro che collega Bosnia e Serbia a Zvornik, scavalcando la Drina (foto: Livia Liberatore)

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Il pullman suda nella Bosnia Orientale, entro in coma per il caldo e mi risveglio accanto a un fiume così largo che sembra non contenersi negli argini. Eccola, la Drina, un corso d’acqua drammatico che segna il confine fra Bosnia e Serbia e tracciava quello fra Impero Ottomano e Asburgico e che ha visto battaglie e battaglie su battaglie. C’è gente che fa il bagno, c’è un ponte di ferro, uno solo, per arrivare sull’altra sponda, ci sono le scritte in cirillico e le bandiere della Serbia. Siamo nella Repubblica Serba di Bosnia, una della due parti della Confederazione della Bosnia Erzegovina, creata con gli accordi di pace del 1995 per finire la guerra. Il cd nel pullman manda “Surfing Usa” e mi viene da sorridere per il contrasto: non è la musica più adatta quando attorno a te le case sono più giù che su, più distrutte che ricostruite e quando, vicino Zvornik, storie di famiglie distrutte riaffiorano e non vanno mica via.

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