La scorsa notte, mentre tornavo dal caldo hamam*

Il centro di Srebrenica, venti anni dopo il genocidio. Campanile e minareto a pochi metri di distanza (foto: Livia Liberatore
Il centro di Srebrenica, venti anni dopo il genocidio. Campanile e minareto a pochi metri di distanza (foto: Livia Liberatore

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Non vedo niente, solo un cumulo di fumo basso sui tavolini e sulle facce della gente seduta a bere e parlare. Anzi, cantare. L’orchestra è entrata da poco e con gli ottoni e i tamburi, tutti intonano le parole dei traditional di Bosnia. Il Kino Prvi Maj è uno dei locali più famosi di Sarajevo, un ex cinema teatro che conserva ancora la struttura con il palcoscenico, l’ingresso laterale, le lampade a grappolo d’uva dalla luce fioca. Sulle scale all’ingresso del Kino, è pieno, pieno di giovani, come tutta questa città. Nel centro, poco lontano, quell’odore misto di narghilè e carne arrostita che caratterizza la parte musulmana accompagna la cena di un lui e una lei che dopo la fine del ramadam chiacchierano ai tavoli vicino alla Moschea del Bey. Davanti alla cattedrale cattolica, via Strossmayerova è trasformata in un salotto all’aperto, con poltroncine leopardate e maxi schermi ovunque. Respiro il mix di odori e penso questa città è viva.

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I cani randagi abbaiano e inseguono ogni macchina che passa sul lungo viale centrale di Srebrenica, quello che percorse il generale Ratko Mladic prima di avviarsi a compiere il genocidio di più di ottomila musulmani, qui in questa cittadina della Bosnia orientale, 11 luglio 1995. Buio profondo, silenzio e insetti giganti la sera verso la mezzanotte, mentre torno nella casa di Nada e Nena. Illumino con la luce del cellulare una via sterrata in salita, mentre guardo il campanile e il minareto della città, vicini, vicini in un modo che qui mi inquieta. Sembrano fare a gara a chi è più alto, a chi richiama più fedeli. Eppure, sono venti anni che la guerra è finita. Suono il campanello della casa, appare un uomo, maglietta di flanella, pantaloncini del pigiama e scarpe nere dai lacci sciolti. Testa pelata e occhi chiari. Mi suggestiono e scappo via, con un mezzo grido soffocato. Tento di parlare in serbo bosniaco croato con il tipo minaccioso ma lui non capisce. Do you speak english? Mi chiede alla fine. Viene dall’Olanda, è un giornalista ed è l’altro ospite di Nada e Nena: nessun criminale di guerra sfuggito al Tribunale dell’Aja. Mi sento ridicola e stupida. Le emozioni poco razionali non vanno bene per capire la Bosnia.

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Vedo il flash di una macchina fotografica e mi sveglio di colpo. Non uno ma dieci, venti flash e qualcuno che mi dice dai sbrigati vai lì, fotografa anche tu. Un incubo della mia seconda notte a Srebrenica. Nel pomeriggio, ho visto il camion con la bandiera della Bosnia, le piccole bare chiamate tabut uscire dai portelloni e venire depositate da una catena di uomini nel memoriale di Potocari, quel gruppo di hangar dove Mladic nel 1995 ammassò le donne e i bambini, ora trasformato in luogo della memoria del genocidio. Cento trentasei uomini sono stati identificati dalle loro ossa, ritrovate nelle fosse comuni e ora possono avere sepoltura. Sulle tombe, le donne con i veli colorati si aggrappano disperate ai rettangoli verdi. Moltissimi fotografi, cameraman e persone con lo smartphone di avvicinano alle loro facce e le signore restano lì a far immortalare il loro dolore. Quella dell’11 luglio 2015, quella di Potocari è una memoria mediatica, pubblica, controllata. Cerco di distrarmi e penso a quell’hotel in rovina che ho trovato oggi fra le colline, nel bosco, fra le sorgenti termali di acqua ferrosa che, dicono, faccia bene agli occhi. Ricordo quando da tutta la Bosnia venivano qui a Srebrenica in vacanza e mi addormento.

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Le casette della Bosnia orientale si allontanano e anche i palazzoni grigi della periferia di Tuzla. Il sole se ne va e l’autista del pullman accende le luci basse per la lettura. Dico ciao, ci vediamo presto a un Paese davvero difficile, che non vorrei mai essere io a governarlo, con tutte queste diversità di religione, di storia, ma anche di reddito e di condizioni sociali. Ciao Bosnia, Paese che va avanti con una struttura di istituzioni complicatissima che mi ci vorrebbero tutti i post del blog per spiegarla, ma che resta sempre per me il luogo dove – per eccellenza –  convivono nella stessa strada i campanili della chiesa cattolica, le croci ortodosse, i cappelli degli Imam e le sinagoghe. Un Paese che si è avviato con fatica sul percorso dell’integrazione europea ma che più european di così non si può, perché Sarajevo dell’Europa è una specie di miniatura. E così, in questo diario di viaggio, l’Europa non è, come in molti articoli e tesi di laurea sulla Bosnia, solo la conclusione del discorso quando non si sa più che scrivere e si dice ah sì l’integrazione europea nei Balcani dovrebbe eccetera. Tutto quello che ho scritto finora sulla Bosnia è Europa. Guardo i miei compagni di viaggio, teste che cadono da un lato, qualche occhio assonnato. Alla fine sono sempre quelle persone addormentate nello stesso pullman la cosa che resta di più quando torni a casa.

* Il titolo del post è l’inizio di una nota sevdalinka bosniaca (poesia tradizionale cantata, piena di nostalgia) “Emina

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