Da Saint Denis a Piazza Vittorio, dalla paura alla curiosità

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Il bar “Le Carillon” (foto: timeout.com)

Mentre  a Parigi, nove terroristi sparavano a un concerto, di fronte a una birreria, una pizzeria e un ristorante, ero seduta ai tavolini di fuori di un pub, mi stavo congelando sotto la nebbia di Milano e quei cosi accesi sotto la veranda non scaldavano per niente. Erano le 21.25 di venerdì 13 novembre 2015. Un commando di nove criminali ha ucciso 130 persone al teatro Bataclan, alla birreria “La bonne biere”, al ristorante italiano “Casa nostra”, al bar Le Carillon, allo Stade de France e in altri punti di ritrovo della città. Per tutti questi giorni Europeansblog è rimasto sotto shock e non riusciva a scrivere niente, solo a controllare in modo compulsivo le notizie. Che cosa c’è di male a prendere un cocktail seduti ai tavolinetti come quelli della foto qui sopra? Il fine settimana dopo gli attentati, l’allerta era ancora alta e ho passato tre ore di viaggio in treno con tutti i muscoli contratti, controllando per tutto il tempo che dalla toilette non provenisse il rumore di un mitra caricato come nel caso dell’attacco tentato ad agosto al treno Thalys Amsterdam – Parigi.  È venuta a mancare l’ultima difesa, quella del “tanto io quella cosa non la faccio, non mi potrebbe succedere”. Stavolta poteva davvero succedermi. Da quel venerdì 13 è arrivata la paura: l’ho vista un po’ in tutti gli altri passeggeri del treno, l’ho vista in metro, l’ho sentita in giro per Roma e per Milano.

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Vedran Smajlovic suonava il violoncello fra i resti della Biblioteca nazionale di Sarajevo, distrutta il 25 agosto 1992 (foto: wikipedia)

Timori poco razionali, che bisogna vincere e quelli che lo hanno detto, come fra gli altri Mario Calabresi, hanno piena ragione. Un european può pensare che possono sparargli mentre è alla fermata ad aspettare l’autobus ma non dovrebbe arrivare alla conclusione che non prende più metro, autobus, treni, macchine eccetera per paura. Una “resistenza quotidiana” che consiste nel fare le cose che si fanno ogni giorno senza chiudersi in casa e rinunciare alla vita normale. La situazione è molto diversa ma nei giorni di terrore che sono seguiti all’attentato, con i carri armati per le strade di Bruxelles e la caccia ai terroristi in tutta Europa, mi veniva in mente Sarajevo durante la guerra che ha fatto a pezzi la ex Jugoslavia negli anni Novanta. La città era assediata, i cecchini sparavano alle persone che uscivano per comprare il pane o prendere l’acqua e contro le finestre dei palazzi. In questa situazione, che è durata quasi quattro anni, i sarajevesi si fermavano ai semafori ad aspettare il verde anche se non passava alcuna macchina. Mettevano gli intimi buoni, perché non volevano morire con le mutande vecchie. Andavano ai concerti organizzati negli scantinati al buio. Innaffiavano i fiori nascosti dietro ai sacchi di sabbia sotto le finestre. Stampavano il giornale in condizioni difficili e lo distribuivano ai lettori avidi di notizie. C’era chi suonava il violoncello nella Biblioteca nazionale distrutta dopo che era bruciata per una notte intera diffondendo nell’aria tutti pezzettini di pagine incenerite, come Vedran Smajlovic nella foto qui sopra.

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Sarajevo, l’uomo multiculturale (foto: Livia Liberatore)

Come avevano fatto a Sarajevo a finire in un disastro del genere? Era una città con un tasso di matrimoni misti molto alto prima della guerra. C’erano bosniaci musulmani, ortodossi, cattolici, ebrei e tutto sembrava andare bene. Ma la diversità è difficile, si può dire. La vicinanza ancora di più. Alexander Langer nel Tentativo di Decalogo per la convivenza inter-etnica scriveva che

La diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio, può suscitare competizione sino all’estremo del “mors tua, vita mea”.

Uno scrittore bosniaco, Ivo Andric nel 1962 vinse il premio Nobel con il libro “Il ponte sulla Drina”, una storia di persone diverse che vivono insieme e un riconoscimento della bellezza di tutto questo. Ma lo stesso Andric è autore di un testo molto inquietante se letto solo in superficie. Si chiama “Lettera del 1920″ e dice che la Bosnia era, nel 1920, la terra dell’odio, dove”coloro che credono e amano odiano a morte coloro che in modo diverso credono o amano altro”. Un odio che nasce dall’incomprensione e che deve essere capito per essere annientato. Senza schierarsi da una parte, senza essere odiato e odiare. Ma senza constatare e ammettere il rischio dell’odio, non è possibile arrivare alla bella citazione che fa Ivo in quella lettera sugli orologi e che ho copiato alla fine del post. E si finisce nel casino di Sarajevo.

 

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Molenbeek, il quartiere di Bruxelles da cui provenivano alcuni terroristi (foto: maguzz.it)

La Francia ha risposto agli attentati con toni bellicosi e bombardato lo Stato Islamico in Siria. Tutte le forze di polizia del Paese sono poi corse a Saint Denis, nord di Parigi, a colpire il covo degli assassini con un maxi blitz; e quelle belghe si sono dirette a Molenbeek, nord est di Bruxelles, a sequestrare armi ed esplosivi e a cercare altri cospiratori. I terroristi che si sono fatti saltare in aria a Parigi avevano la cittadinanza francese ed erano cresciuti nelle periferie di Parigi e di Bruxelles. Zone simili a quelle che ci sono in molte città europee, dove le insegne dei negozi sono in arabo e un po’ in tutte le lingue. Luoghi interessanti, che andrebbero vissuti e studiati con calma e tempo (qui un bel racconto da Molenbeek). La rabbia dei terroristi nasce qui come una storia di autostima offesa, di realizzazione personale frustrata. Anche come desiderio di inclusione nella società dei consumi sfrontati, come dice questo articolo. Arrivare alle armi non è la regola e i terroristi sono pochi. Diversa da Parigi, ma un odore di questa storia l’ho sentito a Marsiglia, fra gli uomini che tiravano fuori un tappetino e pregavano sul lungomare, fra i ragazzi in macchina vicino al porto con il rap che dall’autoradio gridava fuori dai finestrini aperti, nei prati bui sotto la ruota panoramica. La Francia integra tutti nel proprio inno e nei tre colori della bandiera ma chissà che questo non basti. Dieci anni fa c’era stata la rivolta delle banlieu di Parigi. In questi posti, ti dicono che sei francese ma se allo stesso tempo sei vittima di discriminazioni e pregiudizi per la discendenza extraeuropea, di difficoltà di inserimento lavorativo e di condizioni abitative disagiate, la storia non è così facile.

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Piazza Vittorio, il centro del quartiere multietnico di Roma (foto: italiavirtualtour.it)

 

La Francia francesizza, New York integra tante piccole patrie. A Roma famiglie di cinesi e gruppi di marocchini fanno i pic nic sui tronchi mozzati degli alberi di Piazza Vittorio. Qui un’orchestra multietnica suonava canzoni come questa. Sul Viale Molise, zona Corvetto, sud ovest di Milano, sulla 93 si sentono tutte le lingue tranne l’italiano. La letteratura sull’integrazione e la multicultura ha prodotto molte teorie. Dall’assimilazione al modello pluralista che ammette diversi costumi a patto che si rispettino i valori della società fino a quello dello scambio culturale, in cui la diversità è vista come un valore. Alexander Langer ha isolato dieci principi che secondo lui favorivano la convivenza interetnica: pensava che un’organizzazione della società su base etnica potesse facilitare il dialogo, se accompagnata da altre basi di divisione-unione: ad esempio vivere un comune territorio, fare lo stesso lavoro, avere gli stessi interessi nel tempo libero. Diceva che era importante conoscersi, parlarsi, informarsi, interagire: era questo il modo per vincere l’odio comunque presente, anche dietro alcune dichiarazioni di facciata sul “che bello viviamo qui insieme tutti e due”.

Pensando anche alle teorie sull’integrazione fra gli Stati europeans (che poi alla fine il succo del discorso è simile), mi vengono in mente due tipi di integrazione: quello della necessità e quello della volontà. Il primo ammette che non c’è altra via d’uscita, che ormai tutti ci muoviamo dal luogo in cui siamo nati e che quando siamo nello stesso spazio fisico dobbiamo convivere perché farci la guerra non è comodo e non conviene. Tutti e due dobbiamo prendere questo autobus per andare al lavoro, bene facciamolo. Il secondo modello è quello per cui una persona si siede sull’autobus e vede davanti a sé qualcuno che percepisce come diverso: all’inizio magari gli dà fastidio o non gliene importa più di tanto perché ha altre cose per la testa. Però, dopo che lo ha guardato per un po’ gli viene voglia di chiedergli se quello gli racconta la sua storia. Se si è mai innamorato, cosa cucina a cena, quanto sonno ha quella mattina sull’autobus, qual è la sua canzone preferita. La curiosità che abbatte i muri. E con questa concludo.

 

Ivo Andric, Lettera del 1920

Chi passa la notte sveglio a Sarajevo può udire le voci della sua oscurità. Pesantemente e inesorabilmente batte l’ora sulla cattedrale cattolica: due dopo la mezzanotte.

Passa più di un minuto – esattamente, ho contato, 75 secondi – e solo allora si annuncia con un suono più debole, ma acuto, l’orologio della chiesa ortodossa che batte anch’esso le “sue” due ore.

Poco dopo si avverte con un suono rauco e lontano la torre dell’orologio della Moschea del Bey, che batte le undici, undici ore degli spiriti turchi, in base a uno strano calcolo di mondi lontani e stranieri. 

Gli ebrei non hanno un loro orologio che batte le ore… il loro Dio e’ l’unico a sapere che ore sono in quel momento da loro. Quante in base al calcolo dei sefarditi, quante secondo il calcolo degli askenazi.

 

 

 

 

 

 

 

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