“Tira fuori il documento”: Schengen e i controlli di frontiera

 

Schengen, Schengen, in questi giorni questa parola è su tutti i giornali. Ma che vuol dire questo termine strano in pratica? Innanzitutto, Schengen è una cittadina molto piccola, sulle rive della Mosella. Un posto bellissimo, dove ci sono solo due case, il fiume, i vigneti e il museo della dogana. Schengen è in Lussemburgo, in una posizione particolare: al confine con la Francia e con la Germania. Cioè, tu sei in Lussemburgo e se fai due passi da un lato sei in Francia, e vai verso Metz e la sua cattedrale, dall’altro in Germania, dove parte la strada per Treviri, e dove puoi fermarti nelle aziende vinicole e bere un calice di Riesling o di Gewurztraminer.

Poi Schengen è un trattato, firmato nel 1985 da Francia, Germania dell’ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo in cui questi Paesi dicevano che si sarebbero impegnati, adoperati per rendere sempre più veloce e indolore il passaggio dei cittadini fra i territori dei loro Stati. Nel lungo periodo, i cinque decidevano di eliminare i controlli dei documenti alle frontiere e fare un po’ come se fossero tutti una stessa terra. Il trattato venne seguito nel 1990 da una Convenzione di applicazione che entrò in vigore nel 1995 e venne incorporato nel diritto europeo con il Trattato di Amsterdam del 1997 (in vigore nel 1999). Intanto, in quegli anni si stava sviluppando l’Unione europea dove la libertà di movimento delle persone, merci, capitali fra gli Stati membri era uno dei pilastri. Adesso aderiscono a Schengen 26 Paesi, di cui 22 sono membri dell’Ue e quattro no (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). Regno Unito e Irlanda non ne fanno parte. Chi entra nell’Ue entra anche nello spazio Schengen ma per Bulgaria, Cipro, Croazia e Romania il trattato non è ancora entrato in vigore.

Altri documenti sono poi entrati a far parte della legislazione Schengen. Fra questi c’è il “codice frontiere”, una delle specificazioni del trattato, in cui vengono illustrati i casi eccezionali e temporanei di ripristino del controllo delle persone alle frontiere. Nel passato, diversi Stati hanno deciso che era il caso di fermare i viaggiatori per chiedergli il documento, quando c’erano i grandi eventi come i campionati europei di calcio o il G8, G7 e simili. Per ragioni di ordine pubblico e di sicurezza. Negli ultimi mesi, lo hanno fatto parecchi Stati: la Francia dopo gli attentati del 13 novembre, la Germania, Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia per contrastare l’arrivo dei richiedenti asilo. (qui tutti i casi di sospensione) Nell’Unione europea si sta discutendo ora di estendere il tempo dei controlli al confine per due anni al massimo. Questo perché la frontiera esterna dell’Unione ha un buco all’altezza della Grecia, che non controlla bene chi entra nel confine comune. Il controllo europeo dei confini esterni dell’Unione era stato introdotto proprio con Schengen, insieme ad altre misure come la cooperazione fra le forze di polizia e l’armonizzazione delle politiche sui visti di ingresso, per assicurare comunque la sicurezza delle persone nell’Unione dopo l’eliminazione dei controlli di frontiera. Una specie di compensazione. Chiaro, no?

 

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In Valle Aurina si passa in Austria sui sentieri di montagna (foto: Livia Liberatore)

Raccontano quelli che viaggiavano per l’Europa quando non c’era Schengen che non era così difficile passare i confini: non c’erano queste lunghe code di macchine, i treni non si fermavano e anche con gli aerei la cosa si risolveva in tempi abbastanza brevi. Almeno così dice mio padre che negli anni Settanta arrivò a Londra in treno senza che nessuno lo controllasse e mia madre che pure in quegli anni passò in Francia senza tirare fuori il documento: “fermavano una macchina su dieci, facevano qualche problema giusto con i frontalieri che andavano a fare benzina in Svizzera”, mi ha raccontato al telefono. “Controllavano i camion” – continua mio padre – “c’era la polizia frontaliera che guardava la carta di identità e poi la dogana che controllava la merce”. La tensione c’era quando si passava la cortina di ferro, come fra Germania e Cecoslovacchia: la polizia apriva il portabagagli, faceva scendere i viaggiatori e controllava se non c’erano cose strane in valigia e nella macchina. Si poteva restare al confine anche ore e bisognava avere un tot di soldi nella valuta del Paese in cui si arrivava e un visto di ingresso di durata limitata. Ma questo è cambiato quando è crollato il muro di Berlino e poco c’entrava con la nostra Schengen.

Quando però c’erano delle situazioni di tensione in Europa, allora anche ai confini dell’Europa occidentale c’erano le macchine in fila, precisano i miei genitori, perché i controlli erano sempre una realtà normale e non prevista solo in casi eccezionali, come è con Schengen. Se entro tre mesi la Grecia non controllerà meglio il suo confine a mare, si tornerà a questa situazione, dove i controlli dei documenti sono la regole e non l’eccezionalità. Il mondo della legislazione Schengen adesso è parte di quella dell’Unione europea ed è difficile distinguerlo e isolarlo da questa e capire bene cosa significherebbe vivere senza Schengen per due anni. Schengen però è un simbolo. Il simbolo del viaggiare senza accorgersi di passare da uno Stato all’altro per vacanza, per andare a trovare il figlio in Erasmus a Parigi o per una conferenza o per le altre mille ragioni per cui si viaggia.

 

 

 

 

 

 

 

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