La questione “Brexit” e la risposta dell’Unione europea

Britain's PM Cameron arrives to pose for a family photo during an EU leaders summit in Brussels
All’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016 c’è la proposta di accordo Ue-Regno Unito (foto: Eunews)

Cosa vuol dire? Il termine viene da Britain Exit e indica l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Una richiesta che il Prime Minister David Cameron ha fatto durante la campagna per essere rieletto a maggio 2015 e ripetuto dopo la vittoria. La Brexit dovrebbe realizzarsi con un referendum in cui i cittadini britannici dicono sì o no alla permanenza nell’Ue. Il voto si dovrebbe tenere “entro il 2017”, ma in pratica Cameron vuole farlo a giugno 2016. Ad un certo punto, però, David ha fatto una sorta di retromarcia e non sembra proprio sicuro di voler andarsene dall’Unione europea: adesso vorrebbe che il popolo britannico si esprimesse alle urne per restare nell’Unione.

Il dialogo con l’Unione europea. Ora quindi la cosa si è complicata: in pratica David sta negoziando con l’Unione europea per ottenere delle concessioni che convincano i cittadini britannici a votare per restare nell’Unione a questo referendum. Quello che scoccia a Cameron dell’Unione europea è che far parte di questa specie di organizzazione internazionale-mezzo Stato europeo limita il suo potere sovrano, cioè il potere di fare e decidere le cose liberamente da parte dello Stato. La  bozza di accordo che sarà votata fra poco, nel Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016, cerca di venire incontro ai desideri di Cameron. Questi sono i punti principali:

  • Maggior potere ai parlamenti nazionali: il documento sviluppa un principio già presente nel diritto europeo, quello della sussidiarietà, per cui se la maggioranza dei parlamenti nazionali in Ue pensa che una bozza di legge della Commissione violi la sussidiarietà, la proposta di legge viene bloccata. La sussidiarietà è un principio parecchio lungo da spiegare ma che in pratica dice che i compiti devono essere fatti dal livello di governo più vicino ai cittadini e se questo non è in grado di farli, possono assumerli i livelli di governo più lontani, quindi si va ad esempio, dalle regioni, al governo nazionale, all’Unione europea.
  • Freno d’emergenza: è uno strumento cui si può ricorrere per bloccare per quattro anni alcuni benefici del welfare ai cittadini europei che si trasferiscono nel Regno Unito (quelli nuovi non chi già sta lì). La decisione deve essere approvata dal Consiglio a maggioranza qualificata e può essere applicata soltanto da quei Paesi che “non hanno fatto uso dei periodi di transizione” per limitare l’ingresso di lavoratori stranieri dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007 e cioè Gran Bretagna, Irlanda e Svezia.
  • Bloccare l’unione politica: l’espressione contenuta nei trattati, sulla creazione di un’unione sempre più stretta fra i popoli d’Europa, si chiarisce nella bozza, “intende segnalare che l’obiettivo dell’Unione è di promuovere la fiducia e la comprensione tra le persone che vivono in società aperte e democratiche” ma “non è l’equivalente di un obiettivo di integrazione politica”. Insomma il riferimento “non offre le basi per estendere la portata di una disposizione dei trattati e del diritto derivato dell’Ue”. Si pensa qui alle interpretazioni del diritto europeo fornite dalla Corte di giustizia europea, che in molti casi, hanno permesso di estendere le competenze dell’Unione a scapito di quelle degli Stati.
  • No discriminazione per i Paesi che non hanno l’euro: era una richiesta di Cameron che è stata esaudita con diverse previsioni. Ad esempio, si dice che i capi di Stato dovrebbero concordare sulla creazione di un meccanismo secondo cui, se un certo numero di Stati fuori dalla moneta unica dichiara una contrarietà motivata all’adozione di un atto legislativo sul funzionamento dell’area euro, allora il Consiglio si impegnerà a discutere la questione. La bozza chiarisce però che questo non equivale a mettere il veto sugli atti futuri di una possibile integrazione maggiore dell’area euro.

Cosa comporterebbe Brexit? Difficile dirlo, non è mai successa una cosa simile. L’unica cosa certa è l’incertezza assoluta che ci sarà nei due o tre anni successivi all’evento. Le analisi si concentrano sulle possibili perdite sul fronte dello scambio commerciale con gli altri Paesi dell’Ue e sul piano degli investimenti ma gli scenari sono tantissimi. Alcune grandi aziende internazionali che hanno sede nel Regno Unito come Goldman Sachs sono contrarie a Brexit e ne evidenziano i danni.Ci potrebbero essere anche alcuni problemi con la Scozia che è molto europeista, al contrario della Gran Bretagna: una vicenda che avevo già spiegato nel post “La love story del Regno Unito, solo e indeciso“.

Ad ogni modo, il dialogo con l’Ue sarà ancora lungo. Uscire dall’Ue in teoria si può: l’articolo 50 del trattato di Lisbona prevede la possibilità di recesso dall’Unione, con la negoziazione e conclusione di un accordo Ue-Paese che vuole andarsene (qui maggiori dettagli), ma di tutto ciò è ancora presto per parlare. Per adesso, su Open Europe c’è “What if…?“, una visione ipotetica comprensiva e documentata su tutte le sfide, opportunità e conseguenze per un Regno Unito fuori dall’Ue. Il succo è che non è possibile calcolare perdite e benefici perché dipendono da una serie di decisioni che prenderanno l’Europa e lo United Kingdom.

 

 

 

 

 

 

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