I partiti che boicottano il referendum in Ungheria

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La bandiera dell’Ungheria su un palazzo del centro di Budapest (foto di Livia Liberatore)

La prossima domenica, il 2 ottobre, gli ungheresi risponderanno a un quesito elettorale che suona più o meno così:

“Volete che l’Unione europea imponga l’insediamento forzato di cittadini non ungheresi sul territorio nazionale senza il consenso del parlamento?”

Il governo nazionalista di Viktor Orban chiede ai cittadini di decidere se accettare o meno il piano europeo di redistribuzione dei migranti con diritto alla protezione internazionale. La campagna governativa a sostegno del “no” è stata molto potente, su tutti i media. Gli oppositori hanno avuto difficoltà a far sentire la loro voce di fronte a un tale investimento di risorse nella pubblicità per il no.

C’è, in particolare, una formazione che ha suscitato attenzione al di fuori dell’Ungheria per i toni scherzosi con cui ha condotto la battaglia contro il referendum. Il Kétfarkú Kutya Párt, che si traduce con “partito del cane a due code” è nato nel 2006 con slogan del tipo “Vita eterna! Birra Gratis! Meno tasse!”. In questi mesi gli attivisti hanno deciso di prendere in giro i manifesti del governo che sono di questo genere: “Sapete che gli attacchi di Parigi sono stati compiuti da migranti?”, con domande simili nella forma ma ben diverse:  “Sapevate che c’è una guerra in Siria?” o anche “Sapevate che un albero può cadervi in testa?”.

Il presidente del partito Gergely Kovács ha detto in un’intervista a EUobserver che il governo ungherese cerca sempre un nemico, le banche, gli omosessuali, Bruxelles e che in questo modo crea un clima di odio che ha un effetto negativo sulla società. Per Kovács “milioni di ungheresi ora biasimano i migranti online, ma è probabile che nella loro vita abbiano visto più UFO che migranti”.

Un altro partito Együtt (che si traduce come Insieme) e il suo leader Viktor Szigetvári auspicano da luglio un dibattito televisivo sulle quote di rifugiati decise nell’Ue: dicono che gli elettori non possono formare la loro opinione soltanto sulla base della pubblicità del governo ma che ci vuole un dibattito pubblico fra i rappresentanti in parlamento. Ormai siamo arrivati al referendum e non si è visto niente di simile. Altre formazioni hanno scelto di boicottare la campagna e hanno incoraggiato le persone a restare a casa la prossima domenica. Perché il referendum sia valido deve votare almeno la metà dei quasi otto milioni di aventi diritto e l’unica speranza per l’opposizione è il mancato raggiungimento del quorum.

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Il parlamento ungherese a Budapest (foto di Livia Liberatore)

La Hungarian Civil Liberties Union (una ong ungherese che si batte per la tutela dei diritti umani) ha suggerito di invalidare il voto, perché il referendum è illegale e incompatibile con il concetto di diritti umani. Anche Gergely Kovács, il leader del partito del cane a due code la pensa così. “Boicottare il voto non è abbastanza perché se qualcuno non va a votare non è chiaro se lo fa per disinteresse o perché è contrario”, ha detto in un’intervista riportata alla fine di questo articolo di “The Budapest Beacon”“pensiamo che una domanda stupida meriti una risposta stupida. Con un voto invalido puoi dire che ti importa ma che non vuoi giocare con le loro regole del gioco”.

Ad ogni modo, i partiti di opposizione concordano: il referendum non ha senso, è solo una grossa spesa dei soldi dei contribuenti. E anche un diversivo per allontanare l’attenzione dei cittadini da argomenti più seri come corruzione, salute, educazione.

 

 

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