La Croazia a metà fra l’Europa e il nazionalismo

C’è l’Ungheria, c’è la Polonia, c’è la Slovacchia. C’è anche la Croazia fra i Paesi confusi sull’Unione europea, dove istinti di chiusura e nazionalismo si alternano a desiderio, ancora non del tutto addormentato, di continuare a essere parte del denaro e del progetto europeo. All’inizio di settembre, l’Unione democratica croata (Hdz) ha vinto le elezioni anticipate. Non è una novità: il partito nazionalista che negli anni 90 portò la Croazia in guerra era già al governo dal novembre 2015 ma a giugno era caduto perché il rapporto con i partner di coalizione non funzionava. Il nuovo leader dell’Hdz Andrej Plenkovic si propone come più moderato e riformista. Intanto, però, i rapporti con la Serbia sono sempre difficili e il recente referendum per la Festa nazionale della Repubblica Serba di Bosnia ha complicato la situazione.

La Croazia ha un territorio molto diverso da zona a zona: la pianura pannonica nella parte nord est, la costa adriatica in Dalmazia e le montagne in tutto il confine con la Bosnia, i massicci brulli fra Fiume/Rijeka e Zara/Zadar. Ha vissuto anni di recessione economica, poi dal 2015 una ripresa lieve dell’economia ma la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, resta alta. Nel luglio 2013 è entrata nell’Unione europea. Oggi è un Paese a metà, bloccato dal ricordo della guerra degli anni Novanta e irrequieto per la voglia di benessere economico.

Karlobag, nord di Zara. Poche case colorate strette in uno spazio asfittico fra il mare e il massiccio del parco nazionale del Velebit. Quattordici frazioni, paesini sulla costa, come Baric Draga, dove non arriva neanche un turista straniero. La natura qui è cattiva, il vento colpisce forte anche d’estate, l’acqua del mare è gelida, le strade sono poche. Di fronte l’isola di Pag appare deserta, i luoghi della vita notturna sono nascosti al riparo delle insenature. A Baric Draga c’è solo un market con i pomodori ammuffiti e una musica folk che si diffonde fino al paese vicino. Sulla statale che va da Fiume a Zara lungo la costa ogni tanto la notte passa un camion, di corsa, suonando il clacson a ogni curva e sferzando le siepi di rosmarino. Passeggiando lungo il mare, si vedono tante piccole statue e chiese cattoliche.

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Zagabria. I banchetti con le pannocchie calde, i colori della Croazia ovunque, una città un po’ trasandata, nota come centro delle tifoserie di ultra destra. Zagabria ha i muri delle case scrostati, le periferie piene di palazzi alti e grigi, e un centro interessante e vivace. Nella cattedrale gotica ci sono le spoglie di Alojzije Stepinac e subito la storia si mischia con la politica, la religione con la nazione. Capo della chiesa cattolica croata durante la seconda guerra mondiale, Stepinac ancora oggi divide il Paese: accusato di collaborazione con il regime ustascia di Ante Pavelic, legato all’Italia e alla Germania, si dice che diede il proprio benestare alle stragi di serbi, ebrei e rom.  Fu condannato nella Jugoslavia comunista di Tito per crimini di guerra, beatificato dalla Santa Sede.  La Croazia recentemente ha organizzato negli edifici Ue a Bruxelles una mostra celebrativa del cardinale Stepinac, che è stata contestata dal governo della Serbia.

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Regione dei laghi di Plitvice. Sulle passerelle di legno sospese fra le cascate e l’acqua azzurra, turisti da tutto il mondo bloccano la circolazione fermandosi a fare miliardi di selfie. Per salire sui battelli che permettono di attraversare il parco di Plitvice bisogna aspettare in coda per ore. Vicino alla biglietteria c’è il monumento a Josip Jovic, primo caduto della guerra degli anni Novanta. I vetri in memoria dell’episodio attaccano i “terroristi serbi” che uccisero l’ufficiale di polizia. Ad aprile 1991 i serbi proclamarono la repubblica della Krajina e cacciarono ed uccisero i croati che vivevano sul territorio. Ad agosto del 1995 le truppe croate si ripresero la Krajina: l’operazione Tempesta – Oluja in croato – è oggetto di molte controversie.

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