Le ciclovie finanziate dall’Unione europea

Questa estate ho fatto un viaggio sulla ciclovia Alpe-Adria che va da Salisburgo in Austria a Grado, nel Friuli, dalla montagna al mare. Mentre ero in bicicletta, ho incontrato molti cartelli che indicavano l’inizio di altre piste ciclabili e su questi cartelli c’era sempre la bandiera dell’Unione europea. Al ritorno ho fatto alcune ricerche e mi sono resa conto che l’Unione europea fa molti investimenti nel ciclismo.

DSC_0479Quanti siano gli investimenti è difficile calcolarlo, perché non esistono strumenti finanziari europei ad hoc, cioè dedicati solo e nello specifico alla mobilità ciclistica e al cicloturismo. Per spendere i fondi europei nella promozione di queste attività, bisogna trovare connessioni e integrazioni con politiche che hanno gli stessi obiettivi, per esempio la tutela dell’ambiente o il miglioramento della qualità di vita nelle aree urbane.

 

L’Unione europea cerca di promuovere l’uso della bici e di rendere la vita più facile ai ciclisti europeans in tre modi:

Finanziamenti indiretti agli Stati o alle regioni che investono questi fondi in progetti sul proprio territorio
Programmi transnazionali e piani di cooperazione transfrontaliera. Molte ciclabili passano i confini e si snodano attraverso vari Stati.
Progetti europei come EuroveloNello specifico Eurovelo è un progetto della European Cyclists’ Federation che ha l’obiettivo di realizzare entro il 2020 una rete di ciclovie che attraversa tutta l’Europa da nord e sud e da est a ovest. Prevede 70 mila chilometri di rete ciclabile di cui più di 40 mila esistono già, che si svilupperanno su 15 itinerari molto lunghi.

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Le foto dell’articolo sono del percorso della ciclovia Alpe – Adria

Questi sono alcuni esempi di ciclovie finanziate da progetti dell’Unione europea:

  • Ciclovia Alpe Adria. Parte da Salisburgo e finisce a Grado. E’ nata da un progetto di cooperazione transfrontaliera, Interreg IV Italia e Austria 2007- 2013, con un investimento totale di un milione e 200 mila euro. I partner sono la Regione Friuli Venezia Giulia con i lander Salisburghese e Carinziano e le rispettive agenzie di promozione turistica. Il progetto prevedeva di collegare piste già esistenti nell’area.
  • Ciclabile della Drava. Lunga in tutto 366 chilometri, segue il corso della Drava, partendo dal Sud Tirolo, passa per la Carinzia e arriva a Maribor, in Slovenia. L’Unione europea ha previsto finanziamenti per prolungarla fino alla foce del fiume sul Mar Nero.
  • Vélodyssée. Percorre 1245 chilometri lungo la costa atlantica francese. La pista continua nel Regno Unito attraverso lo stretto. E’ una parte del futuro tracciato di Eurovelo 1.
  • Ciclabile del Mare del Nord. E’ il risultato di un partenariato transnazionale di 68 soggetti provenienti da 8 paesi diversi: Belgio, Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Scozia e Regno Unito. Il progetto è iniziato nel 2003 e terminato
    nel 2006. La ciclabile si snoda sulle coste di tutti i Paesi che affacciano sul mare del Nord.
  • Adriabike. La ciclabile Emilia Romagna – Slovenia è il frutto di un progetto finanziato nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, dal Fondo europeo di sviluppo regionale e da fondi nazionali. E’ composta di una serie di itinerari fra Ravenna e Kranjska Gora.

 

 

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Ai miei tempi, quando c’era ancora il roaming

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Dal 15 giugno 2017 si potranno superare i confini senza pagare il roaming quando si usa il telefono all’estero (una vecchia foto delle vacanze)

Vi ricordate quando si andava a passare un weekend a Parigi, o a Barcellona e mandare un messaggino per dire “ciao, sto bene, torno presto” costava più del volo low cost andata e ritorno e dell’ostello messi insieme?

E quando eri al mare in Croazia e dovevi assolutamente controllare le email perché sei sempre stato un po’ workaholic o perché aspettavi la risposta per la candidatura a quel master, a quel dottorato, e proprio in quel momento il wifi dava zero segnale su tutta la costa?

E le passeggiate in Alto Adige in cui senza accorgertene superavi una forcella ed eri in Austria e ti ritrovavi con zero euro di ricarica dopo aver spedito solo un cuore su wzapp?

Bene. Dal prossimo 15 giugno nell’Unione europea spariranno tutti i costi di roaming. Il roaming è quella cosa che ti faceva spendere di più quando usavi il telefono all’estero.

Lo ha deciso il Parlamento europeo (e il Consiglio). Durante l’estate in arrivo si potrà quindi usare il telefono mobile in Europa come si fa in Italia e inviare messaggi, chiamare e navigare su Internet senza pagare sovrapprezzi e senza avere più le spese spropositate di quando si provava a contattare qualcuno a casa durante un viaggio.

Il “roam like at home” si applica a coloro che vivono in Europa e si spostano in altri Paesi dell’Ue. Il risultato sarà la nascita di un’area di libero utilizzo del telefono in tutti i Paesi dell’attuale Unione europea: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria.

A questi si aggiungeranno poco dopo il 15 giugno Islanda, Lichtenstein e Norvegia. Sono esclusi invece Svizzera, Turchia, Albania, il Principato di Monaco e San Marino e gli altri Stati della ex Jugoslavia oltre la Croazia. Quindi state attenti se andate in questi Paesi.

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Altra foto delle vacanze, che dall’estate 2017 saranno libere dal roaming

La regola dice che si potrà usufruire del roaming a tariffa nazionale purché si trascorra più tempo o si utilizzi più spesso il telefono cellulare nel proprio Paese che all’estero. Se in un periodo fissato a quattro mesi, gli operatori telefonici riscontrano che un utente passa la maggior parte del tempo all’estero, dove registra un consumo superiore rispetto a quello effettuato nel proprio Paese, possono chiedergli di chiarire la situazione entro 14 giorni. Se l’utente persiste in questa pratica, l’operatore può iniziare ad applicare un leggero sovrapprezzo.

In pratica se ti trasferisci in modo stabile in un altro Stato dell’Ue non potrai più beneficiare delle offerte di roaming a tariffa nazionale degli operatori del Paese di provenienza e dovrà sottoscrivere un abbonamento di telefonia mobile nel nuovo Stato di residenza.

Di certo questo favorisce gli spostamenti all’interno della nostra Unione europea, se non altro perché quando parti per un periodo fuori non avrai più l’angoscia di come fare a chiamare il proprio fidanzato, amico, datore di lavoro, familiare. Ed è una di quelle decisioni delle istituzioni europee che ti fa chiedere “ma davvero l’Unione europea è così lontana come sembra a tutti?”.

Buone vacanze european!

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Processo all’Europa

DSC_0414Nei mesi scorsi mi è capitato di seguire un progetto di alternanza scuola – lavoro organizzato dal Consiglio Italiano del Movimento europeo. Si chiama Processo all’Europa e si è svolto in molte città d’Italia, ogni volta con capi d’accusa e verdetti diversi. Mi sono occupata dell’edizione romana, a cui hanno partecipato gli alunni dei licei Tacito e Talete.

In pratica funzionava così: alcuni ragazzi erano l’accusa, altri la difesa e altri ancora la giuria. In più un gruppo di studenti ha lavorato nella comunicazione e altri nell’intrattenimento e nell’accoglienza. Sul banco degli imputati c’è sempre l’Unione europea, o meglio le sue istituzioni, le sue politiche e le sue decisioni.

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I ragazzi del liceo Tacito hanno concentrato le loro accuse sulle politiche di immigrazione dell’Unione europea, considerate troppo deboli e poco efficaci, quelli del Talete sul diritto alla privacy che non è ben tutelato nell’Ue. Per molto tempo i vari gruppi hanno lavorato per formulare i capi d’accusa e preparare la difesa, poi in occasione della Festa dell’Europa del 9 maggio hanno tenuto il processo, davanti a un giudice vero e proprio, che ha coordinato il gruppo della giuria.

Il processo è stato all’Auditorium dell’Anmig, Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, i ragazzi si erano tutti vestiti eleganti ed erano emozionati.

 

I capi d’accusa che hanno scelto erano parecchio complicati. Non si trattava di dire “l’Europa è sotto accusa perché funziona male” o simili. Ad esempio questo era quello formulato dal liceo Tacito:

 (1° punto) Insufficiente iniziativa da parte della Commissione europea nella realizzazione di una organica e completa politica comune che assicuri una gestione efficace dei flussi migratori ed un equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi regolarmente soggiornanti negli Stati membri ai sensi dell’articolo 78 e 79 comma 1 del TFUE;

(2°punto) Inadeguatezza di una azione politica comune europea che garantisca un’equa ripartizione di responsabilità tra gli Stati membri conformemente al principio di solidarietà ai sensi dell’articolo 80 del TFUE;

(3°punto) Mancato azionamento da parte della Commissione della procedura d’infrazione prevista dall’articolo 258 del TFUE per violazione dei trattati da parte degli Stati membri che si stanno opponendo al ricollocamento per quote dei richiedenti asilo.

Gli accusati erano:

Commissione, Consiglio dell’Unione Europea, Stati membri, Consiglio europeo

 

 

E questa è la sentenza che ne è uscita, anche qui in pieno rispetto delle regole giuridiche:

Riguardo all’accusa formulata la giuria dichiara:

Riguardo al 1° punto del Capo di accusa

Assolve la Commissione europea perché la violazione ad essa imputata non sussiste.

Dichiara non luogo a procedere nei confronti del Consiglio dell’Unione europea, degli Stati membri e del Consiglio europeo poiché l’accusa non è stata formulata nei loro confronti.

Riguardo al 2° punto del Capo di accusa

Che non vi è luogo a procedere nei confronti degli Stati membri perché menzionati collettivamente e in quanto tali non costituenti un’istituzione dell’Unione Europea. Raccomanda l’apertura di un nuovo processo nei confronti di Ungheria, Slovacchia, Austria, Polonia, Romania e Repubblica Ceca per le ragioni indicate nelle motivazioni. Dichiara il Consiglio Europeo, il Consiglio dell’Unione Europea e la Commissione colpevoli e li condanna ad adottare entro 6 mesi una politica comune che garantisca un’equa ripartizione di responsabilità tra gli Stati membri conformemente al principio di solidarietà ai sensi dell’articolo 80 del TFUE. Si dà atto che sei membri della giuria su tredici hanno votato per l’assoluzione della Commissione Europea. Inoltre si dà atto che sei membri della giuria hanno votato l’adozione di un’ulteriore misura di condanna nei confronti del Consiglio Europeo e del Consiglio dell’Unione Europea consistente nella censura.

Riguardo al 3° punto del Capo di accusa

La giuria dichiara la Commissione colpevole e la condanna ad attuare le procedure richieste entro 6 mesi di tempo

(Tutte le foto sono di Livia Liberatore)DSC_0443

 

 

March (and April) for Europe

Gli Europeans questi due mesi sono stati molto impegnati. Erano in piazza, non avevano molto tempo per scrivere. Chi in un modo, chi nell’altro, chi per una ragione chi per un’altra, tutti però avevano in mente l’Europa.

E forse è un po’ anche merito loro se quando il neo eletto presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron è arrivato sul palco per il suo primo discorso si è fatto accompagnare dall’inno alla gioia, l’inno dell’Unione europea. I simboli hanno la loro importanza.

Allora vorremmo ricordarvi quello che gli Europeans hanno fatto in questi due mesi con alcune foto:

  • March For Europe. Il 25 marzo abbiamo celebrato i 60 anni dalla firma dei trattati di Roma con cui nascevano la Comunità economica europea e l’Euratom. Il corteo organizzato dal Movimento federalista europeo con l’adesione di molte organizzazioni della società civile ha sfilato mentre i capi di Stato erano al Campidoglio per firmare la Dichiarazione di Roma.

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DSC_0080DSC_0111(foto di Livia Liberatore)

  • La Nostra Europa. Sempre il 25 marzo, in contemporanea al corteo organizzato dal Movimento federalista europeo c’è stato quello della Nostra Europa, ombrello di molte associazioni della società civile, come quelle ambientaliste, che si è formato nei mesi precedenti alla ricorrenza.

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  • Unite for Europe. La National march to parliament a Londra c’è stata sempre il 25 marzo. Inutile dire che qui la manifestazione era soprattutto contro la Brexit.

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(Credits: Garry Knight/Flickr https://www.flickr.com/photos/garryknight/33515613611/ – https://www.flickr.com/photos/garryknight/32802333054/in/photostream/)

  • Central European University. Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha fatto approvare in Parlamento una legge che dice di chiudere la Central European University, un istituto molto famoso per i corsi di alto livello. Al corteo a Budapest hanno partecipato 70 mila persone.

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  • Pulse of Europe. Un movimento che è partito dalla Germania e si è diffuso in breve tempo in molte città dell’Europa. Vuole rappresentare il battito di un’Europa viva nei cuori delle persone.

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  • Patrioti d’Europa. Questa iniziativa del Pd che ha visto sfilare a Milano il 25 aprile i supporter del partito con i cappellini blu e le bandiere dell’Ue, è stata molto criticata sui social e nelle conversazioni reali, come si legge in questo articolo. Noi comunque la mettiamo nell’elenco.

tuttoblue(foto dall’account Twitter (TUTTOBLUE)

Lavorare alla Commissione europea

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Il poster che l’amico funzionario europeo appese nel suo ufficio di Bruxelles

Qualche anno fa, un amico vinse il concorso per diventare funzionario dell’Unione europea. Aveva studiato una materia scientifica, che non aveva niente a che fare con le Relazioni Internazionali. Conosceva bene il funzionamento delle istituzioni Ue per sua cultura personale e perché credeva molto nell’Europa unita. Teneva appeso in camera, sopra il letto, un manifesto con una foto del padre fondatore dell’Ue Altiero Spinelli e la sua famosa frase “L’Europa non cade dal cielo”. Sapeva alla perfezione l’inglese e il francese e adorava le lingue straniere. Le imparava anche con molta facilità.

Il processo di selezione durò per un anno intero, l’amico dovette fare prima i test al computer da casa, poi superò la seconda fase del concorso e fu inserito nella lista dei vincitori. Dall’elenco le direzioni generali della Commissione europea pescano il profilo più adatto alle loro esigenze. Il mio amico venne chiamato da una di queste, quella che si occupa della ricerca, e in pochi giorni affittò una stanza in un residence a Bruxelles e si trasferì. Portò con sé il poster di Altiero Spinelli e lo attaccò sul muro del suo nuovo ufficio. Aveva 24 anni e il contratto era a tempo indeterminato.

Prima di partire, passò dei giorni orribili perché dovette dire addio a Roma, ad amici, fidanzate, parenti senza neanche il tempo di convocare tutti in un pub per l’ultima birra insieme. Adesso sono passati più di quattro anni, lui ha molte responsabilità, fa un lavoro stimolante, conosce persone provenienti da tutta Europa, parla ormai più di sei lingue. A periodi di tempo prestabiliti, deve cambiare ufficio perché non si annoi mai e sperimenti diversi team. Si è fatto una famiglia. Partecipa spesso a cene e feste in stile Erasmus in cui ognuno cucina i piatti tradizionali del suo Paese, viaggia spesso, ogni week-end prende un aereo come se fosse la metropolitana ed esplora un parco nazionale o una città. Credo che sia uno dei miei amici con lo stipendio più alto e anche uno dei più soddisfatti del suo lavoro.

Ricordando la sua esperienza ho scritto un articolo con tutte le possibilità di impiego nelle istituzioni dell’Unione europea. Il funzionario europeo è la figura che guadagna meglio, ma ce ne è anche per chi non è laureato e per chi vuole lavorare a Bruxelles per un’esperienza temporanea. Nella Commissione, al Parlamento e in tutti gli altri organi. Alle dipendenze dell’Ue lavorano oggi più di 40 mila uomini e donne.

Un bacio per l’Europa

Una ragazza franco – italiana fidanzata con uno scozzese, una finlandese che vive da 21 anni insieme a un inglese. Condivido con i lettori european questi due video della serie “Kiss4Europe”, pensata dal Young European Movement di Edimburgo. I filmati sono stati fatti dalla sezione scozzese con l’intento  di dire che la Brexit creerà tantissimi problemi. Ma l’idea di storie d’amore fra europeans ci riporta alla mente i risultati di quell’Erasmus Impact Study del settembre 2014, che diceva che il 33 per cento di ex studenti Erasmus ha un partner di un’altra nazionalità, e anche il 13 per cento di coloro che non hanno partecipato al Programma. Erasmus o non Erasmus, sono tante le occasioni per conoscersi e piacersi fra europeans: davanti a un pub, per i corsi di lingua, durante una vacanza, uno stage all’estero. Il libero attraversamento dei confini non è utile solo a chi lavora, alle attività finanziarie e ai commercianti.

Se ci fossero le frontiere, in amore sarebbe tutto più difficile. Non solo a livello pratico ma anche di psicologia: forse verrebbe meno spontaneo andare a fare un corso fuori per qualche giorno, impegnarsi con uno o una di un altro Stato metterebbe più ansia, perché la sensazione sarebbe quella di essere più lontani. Invece così le storie a distanza sono sempre più diffuse. Quando si prende il treno o l’aereo ci sono talmente tante coppie che si baciano ai binari o al gate che è quasi impossibile salire senza disturbare.

 

 

 

Il questionario di Proust e gli Europeans dell’Ottocento

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Il questionario di Proust

Sul nostro profilo Facebook possiamo scrivere le citazioni preferite, mostrare l’elenco dei mi piace, le persone seguite, i viaggi fatti. Nell’Ottocento per uno scopo più o meno simile, cioè chiarire agli altri e anche a noi stessi chi siamo, c’era un questionario. Lo chiamano questionario di Proust ma Marcel Proust ha solo risposto alle domande, non le ha scritte lui. Molte persone famose nei vari salotti di letterati e uomini di cultura in giro per l’Europa si facevano a vicenda queste domande. E rispondendo sceglievano con attenzione l’immagine di loro stessi che volevano dare agli altri. A Karl Marx il questionario glielo sottoposero le figlie, almeno così si dice.

Poi questo formato di domande è stato usato in diverse trasmissioni televisive e giornali come metodo di intervista dei personaggi famosi. In Francia lo usava il programma Apostrophes condotto da Bernard Pivot in onda fino al 1990, in Italia Io Donna del Corriere della Sera, per fare degli esempi. Questo articolo di Rivista Studio racconta e commenta la storia del questionario. Ecco a voi le domande.

1) Il tratto principale del mio carattere
2) La qualità che desidero in un uomo
3) La qualità che preferisco in una donna
4) Quel che apprezzo di più nei miei amici
5) Il mio principale difetto
6) La mia occupazione preferita
7) Il mio sogno di felicità
8) Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia
9) Quel che vorrei essere
10) Il paese dove vorrei vivere
11) Il colore che preferisco
13) Il fiore che amo
14) L’uccello che preferisco
15) I miei autori preferiti in prosa
16) I miei poeti preferiti
17) I miei eroi nella finzione
18) Le mie eroine preferite nella finzione
19) I miei compositori preferiti
20) I miei pittori preferiti
21) I miei eroi nella vita reale
22) Le mie eroine nella storia
23) I miei nomi preferiti
24) Quel che detesto più di tutto
25) I personaggi storici che disprezzo di più
26) L’impresa militare che ammiro di più
27) La riforma che apprezzo di più
28) Il dono di natura che vorrei avere
29) Come vorrei morire
30) Stato attuale del mio animo
31) Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza
32) Il mio motto

La paura del flirt che affligge i giovani europeans

 

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Horst Wenzel, 27 anni, fondatore dell’Università del flirt

Flirtare è un problema per tutti gli Europeans. Lo stereotipo vuole che i tedeschi siano un po’ timidi, gli spagnoli esigenti, i francesi romantici, gli italiani latin lover ma ultimamente degradati a “buontemponi del flirt”, cioè quelli che non concludono mai. Fatto sta che molti giovani europei finiscono per cercare su Internet come matti disperati frasi del tipo “segnali per capire interesse”, “come conquistare una ragazza timida”, “ho paura di approcciare le ragazze”. A cercare sono sia maschi che femmine perché ormai farsi avanti, dichiararsi tocca a tutti e due.

Me lo ha raccontato un giovane tedesco di 27 anni, dai capelli biondi e dal tono disinvolto, Horst Wenzel. Dopo una relazione finita male, ha fondato in Germania una Università del flirt per imparare l’arte del corteggiamento e in pratica iniziare una relazione. Uno dei corsi prevede anche che ci si possa far seguire e riprendere dal flirt coach mentre si prende una birra con la persona desiderata. E poi l’istruttore dà consigli. Ad esempio ti può dire ehi abbassa un po’ la voce, non strillare oppure guarda che se gli hai sfiorato il braccio al cinema non gli hai comunicato il tuo interesse in modo esplicito perché lui probabilmente manco se ne è accorto. Oppure quei suggerimenti che si danno sempre tipo sorridi molto, fai lo sguardo intenso (che poi finisci sempre per sembrare una triglia addormentata), fatti desiderare. Tutti i dettagli li trovate nel mio articolo su Linkiesta

Ma l’intervista è stata molto lunga. In una parte, ho chiesto a Horst se è vero che molti hanno il terrore del flirt. Lui ha detto: certo, tutti ce lo hanno! In effetti tutti abbiamo avuto prima o poi un amico nel panico perché la tipa che gli piace lo ha messo nella friendzone, molti conosciamo quel ragazzo (o ragazza, e questo vale per tutti gli esempi che sto facendo) sempre single che diventa un’anguilla irraggiungibile al primo segnale di interesse inviato da lontano ma proprio lontano, quello che sì sto cercando la metà perfetta, lei si è carina ma non condivide con me la passione dell’arrampicata, oppure ma a Natale lei preferisce il pandoro quindi non si può fare. Molti di noi hanno anche avuto a che fare con l’amica che rifiuta tutti quelli che le si propongono e passa le giornate a pedinare il collega più vecchio di lei, sposato, tre figli eccetera eccetera.

La paura deriva da tanti motivi: il flirt è l’incertezza personificata perché consiste nel dire e non dire, sondare il terreno per verificare se potrebbe funzionare o no, senza scoprirsi troppo. Questa è la paura tipica di quelli che devono concluderlo subito e quindi si dichiarano appena passati cinque minuti dal “ciao, piacere di conoscerti”. Oppure si entra nel terrore perché flirt vuol dire inizio di una relazione e magari non si vuole una relazione, quindi il soggetto sente subito una specie di senso di soffocamento e fugge. Questo può accadere perché non si vuole proprio una relazione o perché non si vuole una relazione con quella persona. E poi, per l’ansia di diventare degli stalker. O per quella, la più comune di tutti, di non essere ricambiati e di tornarsene a casa con il famoso due di picche. Più l’autostima è bassa, più si soffre di questo tipo di fobia, quella di un rifiuto. E in questi anni la self confidence dei giovani europei – generalizzando, ok – soffre sempre più della mancanza di lavoro, di stabilità della vita, dello stress e simili. E questo succede anche in Germania, mi ha detto Wenzel. Abbiamo trovato un’altra cosa che accomuna gli Europeans: l’ansia da flirt.

 

Io, Daniel Blake, lavorare non posso proprio

 

E’ probabile che io abbia frainteso tutto il significato del film. Ad ogni modo, quando sono uscita dal cinema “Io, Daniel Blake” mi ha suscitato una serie infinita di pensieri. Sto parlando dell’ultima produzione del regista britannico Ken Loach che ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Il film è una denuncia dello Stato sociale che non funziona come dovrebbe e dell’amministrazione lenta e schematica, che con l’informatizzazione delle procedure è solo peggiorata. Ma c’è anche un altro tema, classico del pensiero di Loach, quello del “non è colpa tua”. Regno Unito, Newcastle, Daniel avrà una sessantina di anni, è un falegname, che non può più lavorare perché ha avuto un infarto. Non è che non vuole lavorare, proprio non può. Il medico glielo ha proibito ma lo Stato non riconosce la sua malattia.

Mentre è in coda in un ufficio per risolvere la sua situazione, Daniel incontra Katie, una ragazza con due bambini che si è trasferita da Londra a Newcastle perché lo Stato le ha assegnato un alloggio lì. Un giorno Katie, accompagnata da Daniel e dai figli, va alla banca del cibo, un posto dove i più poveri possono fare la spesa gratis. Le viene fame e apre una scatola di passata di pomodoro prima di pagare, poi scoppia a piangere. Una scena drammatica. Ma Daniel ha una frase pronta: “non è colpa tua”, le dice, “hai due bambini, ti sei trasferita qui da sola”. A volte uno ce la mette tutta ma se la vita va un disastro non è tutta colpa sua e qui lo Stato dovrebbe intervenire. Dopo “Io, Daniel Blake”, quei titoli di giornali che si riferiscono a chi non ha lavoro come “le persone che non ce l’hanno fatta”, divise in un mondo diverso da “quelle che ce l’hanno fatta” mi sembrano troppo semplici. Ho sempre pensato che “chi ce la fa” è chi ce la mette tutta, e che i risultati non sono misurabili, confrontabili.

Quella di Daniel e di Katie è una storia ambientata nel Regno Unito ma molto European. Uscita dal cinema ho raccolto alcuni dati sui Neet, acronimo di successo inventato per attrarre i media sulla situazione dei giovani che non studiano né lavorano. Ci sono Neet in tutto il mondo, dove più e dove meno e ci sono in tutti i Paesi europei. L’Italia è quello che ne ha di più. Disabili, malati, disoccupati in cerca di lavoro. Ci sono gli scoraggiati, quelli che non lo cercano più, ma una occupazione la vorrebbero: soltanto che hanno perso le speranze. Qui il mio articolo Generazione Neet: una perdita per l’Europa su quelli che non stanno così per colpa loro, e che ce la faranno.

La Croazia a metà fra l’Europa e il nazionalismo

C’è l’Ungheria, c’è la Polonia, c’è la Slovacchia. C’è anche la Croazia fra i Paesi confusi sull’Unione europea, dove istinti di chiusura e nazionalismo si alternano a desiderio, ancora non del tutto addormentato, di continuare a essere parte del denaro e del progetto europeo. All’inizio di settembre, l’Unione democratica croata (Hdz) ha vinto le elezioni anticipate. Non è una novità: il partito nazionalista che negli anni 90 portò la Croazia in guerra era già al governo dal novembre 2015 ma a giugno era caduto perché il rapporto con i partner di coalizione non funzionava. Il nuovo leader dell’Hdz Andrej Plenkovic si propone come più moderato e riformista. Intanto, però, i rapporti con la Serbia sono sempre difficili e il recente referendum per la Festa nazionale della Repubblica Serba di Bosnia ha complicato la situazione.

La Croazia ha un territorio molto diverso da zona a zona: la pianura pannonica nella parte nord est, la costa adriatica in Dalmazia e le montagne in tutto il confine con la Bosnia, i massicci brulli fra Fiume/Rijeka e Zara/Zadar. Ha vissuto anni di recessione economica, poi dal 2015 una ripresa lieve dell’economia ma la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, resta alta. Nel luglio 2013 è entrata nell’Unione europea. Oggi è un Paese a metà, bloccato dal ricordo della guerra degli anni Novanta e irrequieto per la voglia di benessere economico.

Karlobag, nord di Zara. Poche case colorate strette in uno spazio asfittico fra il mare e il massiccio del parco nazionale del Velebit. Quattordici frazioni, paesini sulla costa, come Baric Draga, dove non arriva neanche un turista straniero. La natura qui è cattiva, il vento colpisce forte anche d’estate, l’acqua del mare è gelida, le strade sono poche. Di fronte l’isola di Pag appare deserta, i luoghi della vita notturna sono nascosti al riparo delle insenature. A Baric Draga c’è solo un market con i pomodori ammuffiti e una musica folk che si diffonde fino al paese vicino. Sulla statale che va da Fiume a Zara lungo la costa ogni tanto la notte passa un camion, di corsa, suonando il clacson a ogni curva e sferzando le siepi di rosmarino. Passeggiando lungo il mare, si vedono tante piccole statue e chiese cattoliche.

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Zagabria. I banchetti con le pannocchie calde, i colori della Croazia ovunque, una città un po’ trasandata, nota come centro delle tifoserie di ultra destra. Zagabria ha i muri delle case scrostati, le periferie piene di palazzi alti e grigi, e un centro interessante e vivace. Nella cattedrale gotica ci sono le spoglie di Alojzije Stepinac e subito la storia si mischia con la politica, la religione con la nazione. Capo della chiesa cattolica croata durante la seconda guerra mondiale, Stepinac ancora oggi divide il Paese: accusato di collaborazione con il regime ustascia di Ante Pavelic, legato all’Italia e alla Germania, si dice che diede il proprio benestare alle stragi di serbi, ebrei e rom.  Fu condannato nella Jugoslavia comunista di Tito per crimini di guerra, beatificato dalla Santa Sede.  La Croazia recentemente ha organizzato negli edifici Ue a Bruxelles una mostra celebrativa del cardinale Stepinac, che è stata contestata dal governo della Serbia.

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Regione dei laghi di Plitvice. Sulle passerelle di legno sospese fra le cascate e l’acqua azzurra, turisti da tutto il mondo bloccano la circolazione fermandosi a fare miliardi di selfie. Per salire sui battelli che permettono di attraversare il parco di Plitvice bisogna aspettare in coda per ore. Vicino alla biglietteria c’è il monumento a Josip Jovic, primo caduto della guerra degli anni Novanta. I vetri in memoria dell’episodio attaccano i “terroristi serbi” che uccisero l’ufficiale di polizia. Ad aprile 1991 i serbi proclamarono la repubblica della Krajina e cacciarono ed uccisero i croati che vivevano sul territorio. Ad agosto del 1995 le truppe croate si ripresero la Krajina: l’operazione Tempesta – Oluja in croato – è oggetto di molte controversie.

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