Ai miei tempi, quando c’era ancora il roaming

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Dal 15 giugno 2017 si potranno superare i confini senza pagare il roaming quando si usa il telefono all’estero (una vecchia foto delle vacanze)

Vi ricordate quando si andava a passare un weekend a Parigi, o a Barcellona e mandare un messaggino per dire “ciao, sto bene, torno presto” costava più del volo low cost andata e ritorno e dell’ostello messi insieme?

E quando eri al mare in Croazia e dovevi assolutamente controllare le email perché sei sempre stato un po’ workaholic o perché aspettavi la risposta per la candidatura a quel master, a quel dottorato, e proprio in quel momento il wifi dava zero segnale su tutta la costa?

E le passeggiate in Alto Adige in cui senza accorgertene superavi una forcella ed eri in Austria e ti ritrovavi con zero euro di ricarica dopo aver spedito solo un cuore su wzapp?

Bene. Dal prossimo 15 giugno nell’Unione europea spariranno tutti i costi di roaming. Il roaming è quella cosa che ti faceva spendere di più quando usavi il telefono all’estero.

Lo ha deciso il Parlamento europeo (e il Consiglio). Durante l’estate in arrivo si potrà quindi usare il telefono mobile in Europa come si fa in Italia e inviare messaggi, chiamare e navigare su Internet senza pagare sovrapprezzi e senza avere più le spese spropositate di quando si provava a contattare qualcuno a casa durante un viaggio.

Il “roam like at home” si applica a coloro che vivono in Europa e si spostano in altri Paesi dell’Ue. Il risultato sarà la nascita di un’area di libero utilizzo del telefono in tutti i Paesi dell’attuale Unione europea: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria.

A questi si aggiungeranno poco dopo il 15 giugno Islanda, Lichtenstein e Norvegia. Sono esclusi invece Svizzera, Turchia, Albania, il Principato di Monaco e San Marino e gli altri Stati della ex Jugoslavia oltre la Croazia. Quindi state attenti se andate in questi Paesi.

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Altra foto delle vacanze, che dall’estate 2017 saranno libere dal roaming

La regola dice che si potrà usufruire del roaming a tariffa nazionale purché si trascorra più tempo o si utilizzi più spesso il telefono cellulare nel proprio Paese che all’estero. Se in un periodo fissato a quattro mesi, gli operatori telefonici riscontrano che un utente passa la maggior parte del tempo all’estero, dove registra un consumo superiore rispetto a quello effettuato nel proprio Paese, possono chiedergli di chiarire la situazione entro 14 giorni. Se l’utente persiste in questa pratica, l’operatore può iniziare ad applicare un leggero sovrapprezzo.

In pratica se ti trasferisci in modo stabile in un altro Stato dell’Ue non potrai più beneficiare delle offerte di roaming a tariffa nazionale degli operatori del Paese di provenienza e dovrà sottoscrivere un abbonamento di telefonia mobile nel nuovo Stato di residenza.

Di certo questo favorisce gli spostamenti all’interno della nostra Unione europea, se non altro perché quando parti per un periodo fuori non avrai più l’angoscia di come fare a chiamare il proprio fidanzato, amico, datore di lavoro, familiare. Ed è una di quelle decisioni delle istituzioni europee che ti fa chiedere “ma davvero l’Unione europea è così lontana come sembra a tutti?”.

Buone vacanze european!

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March (and April) for Europe

Gli Europeans questi due mesi sono stati molto impegnati. Erano in piazza, non avevano molto tempo per scrivere. Chi in un modo, chi nell’altro, chi per una ragione chi per un’altra, tutti però avevano in mente l’Europa.

E forse è un po’ anche merito loro se quando il neo eletto presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron è arrivato sul palco per il suo primo discorso si è fatto accompagnare dall’inno alla gioia, l’inno dell’Unione europea. I simboli hanno la loro importanza.

Allora vorremmo ricordarvi quello che gli Europeans hanno fatto in questi due mesi con alcune foto:

  • March For Europe. Il 25 marzo abbiamo celebrato i 60 anni dalla firma dei trattati di Roma con cui nascevano la Comunità economica europea e l’Euratom. Il corteo organizzato dal Movimento federalista europeo con l’adesione di molte organizzazioni della società civile ha sfilato mentre i capi di Stato erano al Campidoglio per firmare la Dichiarazione di Roma.

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DSC_0080DSC_0111(foto di Livia Liberatore)

  • La Nostra Europa. Sempre il 25 marzo, in contemporanea al corteo organizzato dal Movimento federalista europeo c’è stato quello della Nostra Europa, ombrello di molte associazioni della società civile, come quelle ambientaliste, che si è formato nei mesi precedenti alla ricorrenza.

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  • Unite for Europe. La National march to parliament a Londra c’è stata sempre il 25 marzo. Inutile dire che qui la manifestazione era soprattutto contro la Brexit.

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(Credits: Garry Knight/Flickr https://www.flickr.com/photos/garryknight/33515613611/ – https://www.flickr.com/photos/garryknight/32802333054/in/photostream/)

  • Central European University. Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha fatto approvare in Parlamento una legge che dice di chiudere la Central European University, un istituto molto famoso per i corsi di alto livello. Al corteo a Budapest hanno partecipato 70 mila persone.

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  • Pulse of Europe. Un movimento che è partito dalla Germania e si è diffuso in breve tempo in molte città dell’Europa. Vuole rappresentare il battito di un’Europa viva nei cuori delle persone.

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  • Patrioti d’Europa. Questa iniziativa del Pd che ha visto sfilare a Milano il 25 aprile i supporter del partito con i cappellini blu e le bandiere dell’Ue, è stata molto criticata sui social e nelle conversazioni reali, come si legge in questo articolo. Noi comunque la mettiamo nell’elenco.

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I partiti che boicottano il referendum in Ungheria

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La bandiera dell’Ungheria su un palazzo del centro di Budapest (foto di Livia Liberatore)

La prossima domenica, il 2 ottobre, gli ungheresi risponderanno a un quesito elettorale che suona più o meno così:

“Volete che l’Unione europea imponga l’insediamento forzato di cittadini non ungheresi sul territorio nazionale senza il consenso del parlamento?”

Il governo nazionalista di Viktor Orban chiede ai cittadini di decidere se accettare o meno il piano europeo di redistribuzione dei migranti con diritto alla protezione internazionale. La campagna governativa a sostegno del “no” è stata molto potente, su tutti i media. Gli oppositori hanno avuto difficoltà a far sentire la loro voce di fronte a un tale investimento di risorse nella pubblicità per il no.

C’è, in particolare, una formazione che ha suscitato attenzione al di fuori dell’Ungheria per i toni scherzosi con cui ha condotto la battaglia contro il referendum. Il Kétfarkú Kutya Párt, che si traduce con “partito del cane a due code” è nato nel 2006 con slogan del tipo “Vita eterna! Birra Gratis! Meno tasse!”. In questi mesi gli attivisti hanno deciso di prendere in giro i manifesti del governo che sono di questo genere: “Sapete che gli attacchi di Parigi sono stati compiuti da migranti?”, con domande simili nella forma ma ben diverse:  “Sapevate che c’è una guerra in Siria?” o anche “Sapevate che un albero può cadervi in testa?”.

Il presidente del partito Gergely Kovács ha detto in un’intervista a EUobserver che il governo ungherese cerca sempre un nemico, le banche, gli omosessuali, Bruxelles e che in questo modo crea un clima di odio che ha un effetto negativo sulla società. Per Kovács “milioni di ungheresi ora biasimano i migranti online, ma è probabile che nella loro vita abbiano visto più UFO che migranti”.

Un altro partito Együtt (che si traduce come Insieme) e il suo leader Viktor Szigetvári auspicano da luglio un dibattito televisivo sulle quote di rifugiati decise nell’Ue: dicono che gli elettori non possono formare la loro opinione soltanto sulla base della pubblicità del governo ma che ci vuole un dibattito pubblico fra i rappresentanti in parlamento. Ormai siamo arrivati al referendum e non si è visto niente di simile. Altre formazioni hanno scelto di boicottare la campagna e hanno incoraggiato le persone a restare a casa la prossima domenica. Perché il referendum sia valido deve votare almeno la metà dei quasi otto milioni di aventi diritto e l’unica speranza per l’opposizione è il mancato raggiungimento del quorum.

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Il parlamento ungherese a Budapest (foto di Livia Liberatore)

La Hungarian Civil Liberties Union (una ong ungherese che si batte per la tutela dei diritti umani) ha suggerito di invalidare il voto, perché il referendum è illegale e incompatibile con il concetto di diritti umani. Anche Gergely Kovács, il leader del partito del cane a due code la pensa così. “Boicottare il voto non è abbastanza perché se qualcuno non va a votare non è chiaro se lo fa per disinteresse o perché è contrario”, ha detto in un’intervista riportata alla fine di questo articolo di “The Budapest Beacon”“pensiamo che una domanda stupida meriti una risposta stupida. Con un voto invalido puoi dire che ti importa ma che non vuoi giocare con le loro regole del gioco”.

Ad ogni modo, i partiti di opposizione concordano: il referendum non ha senso, è solo una grossa spesa dei soldi dei contribuenti. E anche un diversivo per allontanare l’attenzione dei cittadini da argomenti più seri come corruzione, salute, educazione.

 

 

Nizza, 14.07.2016

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Il mare di Nizza, un anno fa, ad agosto del 2015 

Il semaforo per i pedoni sulla Promenade des Anglais ci metteva un sacco di tempo a diventare verde. Le persone aspettavano abbastanza diligenti, guardando il mare dall’altro lato della strada. Era l’agosto del 2015 e Nizza mi aveva fatto un’impressione strana. Mi viene in mente quella giornata di un anno fa dopo che questa notte un camion si è lanciato nella folla e ha ucciso almeno 84 persone durante la festa del 14 luglio, quando erano appena finiti i fuochi d’artificio, lì, sulla Promenade des Anglais.

Di Nizza ricordo che il posteggio sotterraneo in Rue de Rivoli aveva il soffitto basso e la macchina ci sbatteva in continuazione. Aveva appena piovuto e per le strade c’erano molti turisti che cercavano di comprare un ombrello o un foulard per coprirsi. Si parlava più italiano che francese. Il lungomare era lunghissimo e faceva sembrare Nizza una città enorme, più grande di Parigi, anche se apprendo ora che di abitanti ne ha circa 340 mila ed è la quinta città più popolata della Francia. La Promenade in effetti è lunga sei chilometri e per due di questi chilometri è durata la corsa del guidatore del camion, che pare che sia un trentunenne, franco tunisino, Mohamed Bouhlel, ucciso ieri dalla polizia.

La spiaggia era fatta di sassi bianchi rotondi e lisci e l’acqua del mare era molto azzurra, come ci si aspetta dal capoluogo della Costa Azzurra, quella riviera francese che continua la costa della Liguria, dopo Sanremo, Ventimiglia. Dall’altra parte si arriva a Marsiglia, una città complessa, molto diversa dalla Nizza della Promenade, ordinata e piena di alberghi, ma forse molto simile nell’agglomerato urbano fuori dal centro storico. Quartieri dai palazzi che si estendono in orizzontale, pieni di finestrelle e di condizionatori, come quelli che si vedono dall’autostrada che entra a Nizza, dove non sono stata e dove chissà che succede. Oggi, nessun commento, nessuna morale sull’incubo del 14 luglio, troppo presto per parlare, troppe poche le notizie certe, solo un ricordo di quella città europea sul mare azzurro.

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L’Ammiraglio e la bambina

Si chiama Sophia dal nome di una bambina che nacque su una delle navi di soccorso, dopo che la mamma era stata appena tirata fuori da un barcone che stava per affondare. Adesso Sophia ha quasi un anno, sta bene, vive in Germania. L’Ammiraglio Enrico Credendino me lo racconta dal

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Il comandante della missione Sophia, Enrico Credendino

telefono per radio Capital, seduto nella sede della missione europea Eunavfor Sophia, a Roma, anche se viene da immaginarlo su una portaerei nel Mediterraneo. Credendino comanda questa missione da quando è nata, nel giugno 2015, con il mandato delle Nazioni Unite. Può contare su circa 1500 uomini e sulla partecipazione di 24 Paesi europei.

Eunavfor ha il compito di fermare, ispezionare, sequestrare le barche dei trafficanti di uomini, cioè quelli che trasportano le persone dalla Libia all’Italia in modo non legale. Poi deve consegnarli alle autorità italiane. Finora, gli ha consegnato 71 persone e ha neutralizzato 176 imbarcazioni (neutralizzare significa in pratica rendere la barca inutilizzabile per altri viaggi, quindi se necessario anche farla affondare una volta che è vuota così questi scafisti non la usano più). In più, la missione Sophia ha salvato 18 mila migranti in circa un anno.

Da qualche giorno, il 20 giugno 2016, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha prolungato il mandato alla missione fino al 27 luglio 2017 e le ha assegnato due nuovi compiti: l’addestramento della guardia costiera libica e il controllo dell’embargo Onu sulle armi alla Libia. Ora spiego. Formare una guardia costiera libica vuol dire, come ha detto l’Ammiraglio Credendino, rendere alcuni libici capaci di controllare le acque territoriali del loro Paese e quindi di arrestare loro gli scafisti e di salvare le persone che annegano in quel tratto di mare. Eunavfor Sophia può muoversi solo nelle acque internazionali, per cui ora accade che molti migranti muoiono nel mare della Libia dove non c’è nessuno che li soccorre. Quindi così si responsabilizzano i libici.

Controllare l’embargo delle armi, questa pure è una questione interessante. Secondo l’Onu le navi dell’Ammiraglio Credendino dovranno bloccare i mercantili con le armi per i gruppi terroristici della Libia, navi che provengono, dice l’Ammiraglio, dal Mediterraneo mediorientale. Molte armi arrivano in realtà ai gruppi come lo Stato islamico in Libia via terra ma comunque così si ridurrebbe l’afflusso e questo potrebbe aiutare il governo libico a stabilizzare il Paese. Insomma, ci sono ancora un sacco di cose da fare, però questa missione dell’Unione europea lavora sodo.

 

 

E così ora siamo ex

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I giovani britannici non saranno contenti del risultato del referendum sulla Brexit

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione europea. Il referendum sulla Brexit ha visto la vittoria del fronte del Leave. Oggi è un giorno triste per Europeans. Ci sono alcuni cittadini che non vogliono più essere Europeans.

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e l’ex sindaco di Londra, capo di quelli che vogliono uscire dalla Ue, Boris Johnson sembrano vivere in due mondi paralleli. “Dobbiamo dare seguito alle richieste dei cittadini britannici in fretta”, dice Juncker. Sembra arrabbiato o forse liberato. Almeno ora le cose sono chiare, ci siamo tolti un peso – forse pensa in segreto. In molti oggi corrono a rivedere i trattati dell’Unione europea, l’articolo 50 del trattato sull’Unione europea per capire cosa succederà ora, molti commentatori si avventurano nei possibili scenari. La verità è che nessuno può saperlo davvero, perché è la prima volta che accade qualcosa del genere. Forse non lo immagina esattamente neanche Jean-Claude. Dall’altra parte, Johnson dice cose del tipo: “non volteremo le spalle all’Europa, i nostri giovani faranno sempre parte di quella civiltà comune”, “continueremo a essere un grande Paese europeo!”. Come dire al fidanzato che abbiamo lasciato, sì però continuiamo comunque a vederci, ad andare a cena insieme, ad abbracciarci eccetera. No. Non è così. Quello che è appena successo è una cosa brutta, seria, non è un gioco. Non si gioca con le relazioni. Quello che si può e si dovrebbe fare è restare amici, mantenere la lealtà, il legame amaro di due entità che sono state insieme. Evitare il rancore, quello sì.

Sempre che il discorso non si complichi. Il Regno Unito questa notte si è suicidato. La First Minister della Scozia Nicola Sturgeon ha detto che un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia – dove il Remain ha prevalso – è “highly likely”, altamente probabile. Il Regno Unito rischia anche la disintegrazione. Ormai fare i paragoni fra l’attualità e i Balcani è diventato quasi banale, lo fanno in molti e sempre più spesso. Però è vero che non è possibile non pensare alla ex Jugoslavia, in questi casi, e a come si è divisa in tanti pezzettini sempre più piccoli negli anni Novanta. Certo, non succederà che gli europeans (italiani, polacchi e tutti gli altri) a Londra, a Manchester, imbracciano i kalashnikov e dichiarano la loro unione alla madre patria Europa. Non è proprio lo stesso. Però tutta questa voglia di isolamento non giova alla pace fra gli Stati. Il più grande risultato dell’Unione europea è la pace e quella è l’essenza dell’Ue, non l’economia, non il commercio. Evitiamo di mettere a rischio la pace, Europeans.

La lotta al terrorismo secondo l’Ue

Sapevate che esiste un coordinatore europeo antiterrorismo? Si chiama Gilles de Kerchove, è un belga ed è quello della foto qui sotto. È in carica dal 2007, da quando dopo gli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid (tre anni dopo perché il processo decisionale europeo è lungo) si è pensato che la lotta al terrorismo potesse essere fatta meglio tutti insieme come Stati europei.

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Gilles de Kerchove, capo dell’antiterrorismo europeo

In questo periodo, dopo il 22 marzo, giorno terribile per gli europeans che hanno subìto due attacchi a Bruxelles, si è parlato molto di come combattere il terrorismo. Ce la siamo presa con le forze dell’ordine del Belgio, che hanno commesso una serie di errori, confermati o meno, e che non sono riusciti a prevenire l’attentato. Il 18 marzo era stato arrestato il super ricercato dopo il 13 novembre a Parigi Salah Abdeslam, che poi stava lì a Bruxelles, e l’allerta era massima in tutta Europa. Però i tre kamikaze sono usciti dalla loro casa sempre a Bruxelles e sono andati tutti pieni di borsoni all’aeroporto e uno in metro e nessuno li ha bloccati, né quel giorno né nei mesi e anni precedenti.

Gli attentatori erano già noti da un po’ agli intelligence. A marzo 2014 era stato emesso un mandato di arresto internazionale per Najim Lachraoui, che si è fatto esplodere all’aeroporto Zaventem. La Turchia ha detto di aver espulso Ibrahim Bakraoui, l’altro kamikaze dell’aeroporto, verso il Belgio ma le autorità del Paese lo hanno rilasciato. Queste e altre sono le mancanze attribuite all’intelligence e alle forze dell’ordine belghe e di tutti i Paesi europei. E che hanno spinto alcuni politici e commentatori a parlare della necessità di un servizio segreto europeo.

In questo articolo “La lotta al terrorismo secondo l’Unione europea” ho ricostruito i mezzi a disposizione dell’Ue per combattere il terrorismo.

 

 

Leader affascinanti, dibattiti appassionati ma la Spagna è ancora senza governo

Niente, Pedro Sanchez non ce l’ha fatta neanche stavolta. Il leader del partito socialista spagnolo è andato al parlamento per avere la fiducia come Primo Ministro del Paese, ma nulla da fare, ha avuto 131 voti a favore e 219 contrari. Stessa bocciatura l’aveva avuta lo scorso mercoledì 2 marzo. In pratica, lo hanno votato solo i deputati del suo partito, che sono 90, e i 40 di Ciudadanos, la formazione di centro guidata dal giovane dell’ultima foto sulla destra, Albert Rivera. Con Albert, negli scorsi giorni, Pedro aveva trovato un accordo per formare il governo, nonostante i due siano di idee politiche un po’ diverse. Ma la maggioranza necessaria per governare è di 176 seggi e Pedro – Albert, c’è poco da fare, arrivano a 130 voti.

Quello su cui contavano era l’appoggio, o almeno l’astensione, di Pablo Iglesias, il tipo con la coda di cavallo, e dei suoi 69 deputati di Podemos, il partito degli ex indignados che protestavano contro l’austerità dell’economia. Ma Pablo ha detto no a questa ipotesi di governo, all’inizio di brutto, insultando persino Pedro Sanchez, poi con toni più gentili, ma non si è mosso dalle sue posizioni. Iglesias vorrebbe una coalizione più di sinistra, con i socialisti e i comunisti di Izquierda Unida, però ci sarebbe bisogno dell’appoggio  dei partiti indipendentisti catalani, Esquerra Republicana e Democracia i lliberat. Cosa che i socialisti non possono accettare.

La Spagna adesso è nei guai. Non che prima potesse stare tranquilla, visto che i cittadini avevano votato il 20 dicembre 2015 e ancora non avevano un esecutivo. Ma adesso è partito il conto alla rovescia per mettersi d’accordo: se nessuno riuscirà a formare un governo entro il 2 maggio (la Costituzione prevede che passino due mesi dal primo voto), gli spagnoli dovranno tornare a votare in un giorno da scegliere dopo il 26 giugno. Ricordo ai lettori europeans che questi leader del Paese sono nella media uomini affascinanti: Pedro ha come ammiratrici tutte le donne spagnole, Pablo ha il fascino dell’anticonformista e le foto di Rivera semi nudo nei suoi primi manifesti elettorali sembravano quelle di un modello.

Ok Rajoy è magari po’ anziano, ma se alla lista aggiungiamo pure Alberto Garzon, il leader di Izquierda Unida, il livello è alto e anche la loro arte oratoria al parlamento sembra molto vivace e appassionata. Fa pensare a una politica in cambiamento, che ha da poco abbandonato la tradizione del bipartitismo fra socialisti e popolari, si è ritrovata con un parlamento tutto frammentato e deve capire cosa deve fare. Certo, però, che seppur attraenti, questi uomini rischiano di lasciare la Spagna senza governo fino all’estate 2016.

 

L’Europa delle emergenze

A Bruxelles, ogni Consiglio europeo (capi di Stato o di governo) o Consiglio dell’Unione europea (ministri dei vari Paesi competenti per materia), ognuna di queste riunioni in teoria ha un ordine del giorno, un’agenda. Ma il fatto è che spesso questi odg non vengono rispettati perché c’è sempre un’urgenza di cui occuparsi subito, che mette in secondo piano tutto il resto.

“Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei a Bruxelles è stato caratterizzato da contrasti individuali e fra gruppi. Alla fine è stato rinviato quasi tutto al summit straordinario dei capi di Stato e di governo del prossimo 7 marzo”.

Questo della frase in questione, presa da un articolo del Corriere, era il Consiglio in cui gli Stati si dovevano mettere d’accordo su come gestire l’arrivo dei profughi alle loro frontiere, se chiudendo i confini, mettendo delle quote o altro. Nel Consiglio, il commissario europeo per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos ha detto che se in questi giorni fra di noi non c’è un dialogo, si rischia la fine di Schengen. Un senso di pathos incombe attorno al processo decisionale europeo. Sembra un continuo “aiuto, dobbiamo sbrigarci con questa storia dei profughi”, “aiuto, dobbiamo trovare una soluzione per far restare la Grecia nell’Unione”.

Rifugiati, Grecia, terrorismo, Brexit,  ogni volta ce n’è una nuova. Ricordiamo ad esempio il Consiglio europeo straordinario sull’immigrazione del 23 aprile 2015, convocato in seguito all’indignazione  dopo la morte di moltissimi rifugiati durante la traversata tra la Libia e l’Italia. In questo video si possono vedere tutte le emergenze che l’Unione europea ha affrontato nel 2015.

 

 

Emergenze che all’inizio sembrano situazioni inimmaginabili del tipo “ma ti pare che il Regno Unito possa uscire dall’Unione europea?” o “ma davvero non è così assurdo che la libertà di movimento conquistata con Schengen sia a rischio?” ma  che poi assumono una realtà e un’imminenza che pare di essere sempre sull’orlo della fine dell’Unione. Ad ogni litigio, c’è la sensazione che la relazione stia per finire, il gruppo sciogliersi e gli amici diventare sconosciuti. L’emergenza più grave è quella dell’Europa stessa.

I nodi sono i medesimi da anni, difficili da sciogliere, forieri di sentimenti antieuropei e di nuovi nazionalismi, che si manifestano in vario modo

Così dice Enzo Moavero Milanesi sul Corriere del 25 febbraio 2016. Il fatto è che se ogni volta bisogna discutere di situazioni urgenti che esplodono all’improvviso, non c’è tempo per ripensare noi stessi, noi come Europa, per rivedere il nostro rapporto. Per pensare eventuali riforme istituzionali che permettano un’Unione più efficiente e attiva.

 

La questione “Brexit” e la risposta dell’Unione europea

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All’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016 c’è la proposta di accordo Ue-Regno Unito (foto: Eunews)

Cosa vuol dire? Il termine viene da Britain Exit e indica l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Una richiesta che il Prime Minister David Cameron ha fatto durante la campagna per essere rieletto a maggio 2015 e ripetuto dopo la vittoria. La Brexit dovrebbe realizzarsi con un referendum in cui i cittadini britannici dicono sì o no alla permanenza nell’Ue. Il voto si dovrebbe tenere “entro il 2017”, ma in pratica Cameron vuole farlo a giugno 2016. Ad un certo punto, però, David ha fatto una sorta di retromarcia e non sembra proprio sicuro di voler andarsene dall’Unione europea: adesso vorrebbe che il popolo britannico si esprimesse alle urne per restare nell’Unione.

Il dialogo con l’Unione europea. Ora quindi la cosa si è complicata: in pratica David sta negoziando con l’Unione europea per ottenere delle concessioni che convincano i cittadini britannici a votare per restare nell’Unione a questo referendum. Quello che scoccia a Cameron dell’Unione europea è che far parte di questa specie di organizzazione internazionale-mezzo Stato europeo limita il suo potere sovrano, cioè il potere di fare e decidere le cose liberamente da parte dello Stato. La  bozza di accordo che sarà votata fra poco, nel Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016, cerca di venire incontro ai desideri di Cameron. Questi sono i punti principali:

  • Maggior potere ai parlamenti nazionali: il documento sviluppa un principio già presente nel diritto europeo, quello della sussidiarietà, per cui se la maggioranza dei parlamenti nazionali in Ue pensa che una bozza di legge della Commissione violi la sussidiarietà, la proposta di legge viene bloccata. La sussidiarietà è un principio parecchio lungo da spiegare ma che in pratica dice che i compiti devono essere fatti dal livello di governo più vicino ai cittadini e se questo non è in grado di farli, possono assumerli i livelli di governo più lontani, quindi si va ad esempio, dalle regioni, al governo nazionale, all’Unione europea.
  • Freno d’emergenza: è uno strumento cui si può ricorrere per bloccare per quattro anni alcuni benefici del welfare ai cittadini europei che si trasferiscono nel Regno Unito (quelli nuovi non chi già sta lì). La decisione deve essere approvata dal Consiglio a maggioranza qualificata e può essere applicata soltanto da quei Paesi che “non hanno fatto uso dei periodi di transizione” per limitare l’ingresso di lavoratori stranieri dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007 e cioè Gran Bretagna, Irlanda e Svezia.
  • Bloccare l’unione politica: l’espressione contenuta nei trattati, sulla creazione di un’unione sempre più stretta fra i popoli d’Europa, si chiarisce nella bozza, “intende segnalare che l’obiettivo dell’Unione è di promuovere la fiducia e la comprensione tra le persone che vivono in società aperte e democratiche” ma “non è l’equivalente di un obiettivo di integrazione politica”. Insomma il riferimento “non offre le basi per estendere la portata di una disposizione dei trattati e del diritto derivato dell’Ue”. Si pensa qui alle interpretazioni del diritto europeo fornite dalla Corte di giustizia europea, che in molti casi, hanno permesso di estendere le competenze dell’Unione a scapito di quelle degli Stati.
  • No discriminazione per i Paesi che non hanno l’euro: era una richiesta di Cameron che è stata esaudita con diverse previsioni. Ad esempio, si dice che i capi di Stato dovrebbero concordare sulla creazione di un meccanismo secondo cui, se un certo numero di Stati fuori dalla moneta unica dichiara una contrarietà motivata all’adozione di un atto legislativo sul funzionamento dell’area euro, allora il Consiglio si impegnerà a discutere la questione. La bozza chiarisce però che questo non equivale a mettere il veto sugli atti futuri di una possibile integrazione maggiore dell’area euro.

Cosa comporterebbe Brexit? Difficile dirlo, non è mai successa una cosa simile. L’unica cosa certa è l’incertezza assoluta che ci sarà nei due o tre anni successivi all’evento. Le analisi si concentrano sulle possibili perdite sul fronte dello scambio commerciale con gli altri Paesi dell’Ue e sul piano degli investimenti ma gli scenari sono tantissimi. Alcune grandi aziende internazionali che hanno sede nel Regno Unito come Goldman Sachs sono contrarie a Brexit e ne evidenziano i danni.Ci potrebbero essere anche alcuni problemi con la Scozia che è molto europeista, al contrario della Gran Bretagna: una vicenda che avevo già spiegato nel post “La love story del Regno Unito, solo e indeciso“.

Ad ogni modo, il dialogo con l’Ue sarà ancora lungo. Uscire dall’Ue in teoria si può: l’articolo 50 del trattato di Lisbona prevede la possibilità di recesso dall’Unione, con la negoziazione e conclusione di un accordo Ue-Paese che vuole andarsene (qui maggiori dettagli), ma di tutto ciò è ancora presto per parlare. Per adesso, su Open Europe c’è “What if…?“, una visione ipotetica comprensiva e documentata su tutte le sfide, opportunità e conseguenze per un Regno Unito fuori dall’Ue. Il succo è che non è possibile calcolare perdite e benefici perché dipendono da una serie di decisioni che prenderanno l’Europa e lo United Kingdom.