Le ciclovie finanziate dall’Unione europea

Questa estate ho fatto un viaggio sulla ciclovia Alpe-Adria che va da Salisburgo in Austria a Grado, nel Friuli, dalla montagna al mare. Mentre ero in bicicletta, ho incontrato molti cartelli che indicavano l’inizio di altre piste ciclabili e su questi cartelli c’era sempre la bandiera dell’Unione europea. Al ritorno ho fatto alcune ricerche e mi sono resa conto che l’Unione europea fa molti investimenti nel ciclismo.

DSC_0479Quanti siano gli investimenti è difficile calcolarlo, perché non esistono strumenti finanziari europei ad hoc, cioè dedicati solo e nello specifico alla mobilità ciclistica e al cicloturismo. Per spendere i fondi europei nella promozione di queste attività, bisogna trovare connessioni e integrazioni con politiche che hanno gli stessi obiettivi, per esempio la tutela dell’ambiente o il miglioramento della qualità di vita nelle aree urbane.

 

L’Unione europea cerca di promuovere l’uso della bici e di rendere la vita più facile ai ciclisti europeans in tre modi:

Finanziamenti indiretti agli Stati o alle regioni che investono questi fondi in progetti sul proprio territorio
Programmi transnazionali e piani di cooperazione transfrontaliera. Molte ciclabili passano i confini e si snodano attraverso vari Stati.
Progetti europei come EuroveloNello specifico Eurovelo è un progetto della European Cyclists’ Federation che ha l’obiettivo di realizzare entro il 2020 una rete di ciclovie che attraversa tutta l’Europa da nord e sud e da est a ovest. Prevede 70 mila chilometri di rete ciclabile di cui più di 40 mila esistono già, che si svilupperanno su 15 itinerari molto lunghi.

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Le foto dell’articolo sono del percorso della ciclovia Alpe – Adria

Questi sono alcuni esempi di ciclovie finanziate da progetti dell’Unione europea:

  • Ciclovia Alpe Adria. Parte da Salisburgo e finisce a Grado. E’ nata da un progetto di cooperazione transfrontaliera, Interreg IV Italia e Austria 2007- 2013, con un investimento totale di un milione e 200 mila euro. I partner sono la Regione Friuli Venezia Giulia con i lander Salisburghese e Carinziano e le rispettive agenzie di promozione turistica. Il progetto prevedeva di collegare piste già esistenti nell’area.
  • Ciclabile della Drava. Lunga in tutto 366 chilometri, segue il corso della Drava, partendo dal Sud Tirolo, passa per la Carinzia e arriva a Maribor, in Slovenia. L’Unione europea ha previsto finanziamenti per prolungarla fino alla foce del fiume sul Mar Nero.
  • Vélodyssée. Percorre 1245 chilometri lungo la costa atlantica francese. La pista continua nel Regno Unito attraverso lo stretto. E’ una parte del futuro tracciato di Eurovelo 1.
  • Ciclabile del Mare del Nord. E’ il risultato di un partenariato transnazionale di 68 soggetti provenienti da 8 paesi diversi: Belgio, Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Scozia e Regno Unito. Il progetto è iniziato nel 2003 e terminato
    nel 2006. La ciclabile si snoda sulle coste di tutti i Paesi che affacciano sul mare del Nord.
  • Adriabike. La ciclabile Emilia Romagna – Slovenia è il frutto di un progetto finanziato nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, dal Fondo europeo di sviluppo regionale e da fondi nazionali. E’ composta di una serie di itinerari fra Ravenna e Kranjska Gora.

 

 

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La Croazia a metà fra l’Europa e il nazionalismo

C’è l’Ungheria, c’è la Polonia, c’è la Slovacchia. C’è anche la Croazia fra i Paesi confusi sull’Unione europea, dove istinti di chiusura e nazionalismo si alternano a desiderio, ancora non del tutto addormentato, di continuare a essere parte del denaro e del progetto europeo. All’inizio di settembre, l’Unione democratica croata (Hdz) ha vinto le elezioni anticipate. Non è una novità: il partito nazionalista che negli anni 90 portò la Croazia in guerra era già al governo dal novembre 2015 ma a giugno era caduto perché il rapporto con i partner di coalizione non funzionava. Il nuovo leader dell’Hdz Andrej Plenkovic si propone come più moderato e riformista. Intanto, però, i rapporti con la Serbia sono sempre difficili e il recente referendum per la Festa nazionale della Repubblica Serba di Bosnia ha complicato la situazione.

La Croazia ha un territorio molto diverso da zona a zona: la pianura pannonica nella parte nord est, la costa adriatica in Dalmazia e le montagne in tutto il confine con la Bosnia, i massicci brulli fra Fiume/Rijeka e Zara/Zadar. Ha vissuto anni di recessione economica, poi dal 2015 una ripresa lieve dell’economia ma la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, resta alta. Nel luglio 2013 è entrata nell’Unione europea. Oggi è un Paese a metà, bloccato dal ricordo della guerra degli anni Novanta e irrequieto per la voglia di benessere economico.

Karlobag, nord di Zara. Poche case colorate strette in uno spazio asfittico fra il mare e il massiccio del parco nazionale del Velebit. Quattordici frazioni, paesini sulla costa, come Baric Draga, dove non arriva neanche un turista straniero. La natura qui è cattiva, il vento colpisce forte anche d’estate, l’acqua del mare è gelida, le strade sono poche. Di fronte l’isola di Pag appare deserta, i luoghi della vita notturna sono nascosti al riparo delle insenature. A Baric Draga c’è solo un market con i pomodori ammuffiti e una musica folk che si diffonde fino al paese vicino. Sulla statale che va da Fiume a Zara lungo la costa ogni tanto la notte passa un camion, di corsa, suonando il clacson a ogni curva e sferzando le siepi di rosmarino. Passeggiando lungo il mare, si vedono tante piccole statue e chiese cattoliche.

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Zagabria. I banchetti con le pannocchie calde, i colori della Croazia ovunque, una città un po’ trasandata, nota come centro delle tifoserie di ultra destra. Zagabria ha i muri delle case scrostati, le periferie piene di palazzi alti e grigi, e un centro interessante e vivace. Nella cattedrale gotica ci sono le spoglie di Alojzije Stepinac e subito la storia si mischia con la politica, la religione con la nazione. Capo della chiesa cattolica croata durante la seconda guerra mondiale, Stepinac ancora oggi divide il Paese: accusato di collaborazione con il regime ustascia di Ante Pavelic, legato all’Italia e alla Germania, si dice che diede il proprio benestare alle stragi di serbi, ebrei e rom.  Fu condannato nella Jugoslavia comunista di Tito per crimini di guerra, beatificato dalla Santa Sede.  La Croazia recentemente ha organizzato negli edifici Ue a Bruxelles una mostra celebrativa del cardinale Stepinac, che è stata contestata dal governo della Serbia.

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Regione dei laghi di Plitvice. Sulle passerelle di legno sospese fra le cascate e l’acqua azzurra, turisti da tutto il mondo bloccano la circolazione fermandosi a fare miliardi di selfie. Per salire sui battelli che permettono di attraversare il parco di Plitvice bisogna aspettare in coda per ore. Vicino alla biglietteria c’è il monumento a Josip Jovic, primo caduto della guerra degli anni Novanta. I vetri in memoria dell’episodio attaccano i “terroristi serbi” che uccisero l’ufficiale di polizia. Ad aprile 1991 i serbi proclamarono la repubblica della Krajina e cacciarono ed uccisero i croati che vivevano sul territorio. Ad agosto del 1995 le truppe croate si ripresero la Krajina: l’operazione Tempesta – Oluja in croato – è oggetto di molte controversie.

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Il quartiere olimpico di Monaco

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L’Olympiapark di Monaco dall’alto 

Qualche giorno fa a Monaco di Baviera è successo un fatto molto triste. Nove persone sono state uccise e 27 ferite da un ragazzo di diciotto anni impazzito che si è messo a sparare in un centro commerciale. Tra le vittime, otto sono ragazzi molto giovani: tre di origini kosovare, tre cittadini turchi e un greco. Erano al Mc Donald o a prendere un drink in un tardo pomeriggio bavarese, al centro Olympia, nel quartiere Moosach, una zona molto interessante che all’improvviso è arrivata sui computer e le tv di tutto il mondo. Chi scrive c’è stato nell’estate del 2014 per una summer school ed ha vissuto per qualche settimana nel dormitorio per studenti del quartiere olimpico. Proprio ad un chilometro di distanza da dove c’è stata la sparatoria.

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Il campus per gli studenti

L’Olympiadorf è fantastico per chi non è abituato ai campus universitari. Una birreria dove alunni e professori si incontrano la sera in ciabatte, una sala studio immensa e tanti spazi per le grigliate. Ogni universitario ha una casetta a due piani, in quello di sotto c’è la cucina e sopra un letto ampio incastrato in una libreria e fuori un terrazzino. Un alloggio molto semplice, con la particolarità che l’esterno di ogni casetta può essere dipinto da chi vi alloggia (che deve prima chiedere il permesso ai responsabili del campus e farsi approvare il progetto). Questi piccoli bungalow erano gli alloggi degli atleti durante i giochi olimpici del 1972. Se si arriva all’estremo del campus, dalla parte della foto qui sopra in cui iniziano quei grandi palazzi, c’è una lapide. Ricorda quando undici atleti israeliani vennero presi in ostaggio e uccisi da un commando di terroristi palestinesi dell’organizzazione Settembre Nero. Fu un giorno terribile.

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Vicino alla lapide spuntano quei grossi condomini, dove non sembra che si faccia una brutta vita. L’ingresso è strapieno di biciclette, e sui terrazzini di vedono le piscinette gonfiabili dove si divertono i bambini. Sotto ci sono i supermercati, il fruttivendolo, il parrucchiere e molti ristorantini e fast food di varie località lontane del mondo, ad esempio del Libano o del Pakistan. Dall’altro lato del campus invece c’è la fermata della metro Olympiastadium e l’ingresso del parco olimpico, fantastico, con tanto di laghetto, campi da tennis, piscine e le giostre di un enorme parco divertimento. Il pomeriggio dei giorni festivi la zona si riempie di persone e a volte a passeggiare sono più le donne con il velo che quelle senza. Ci sono ragazzi che corrono tutti sudati, venditori di kebab avvolti nel fumo, bambini che mangiano zucchero filato, vanno sulle macchinine a scontro o entrano in queste bolle galleggianti che vedete qui sotto. Una zona bellissima, dove si incontrano persone dalle origini più diverse, dove c’è lo sport, lo studio, il divertimento, la storia recente e la cultura european.

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Il laghetto del parco olimpico

 

 

 

Nizza, 14.07.2016

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Il mare di Nizza, un anno fa, ad agosto del 2015 

Il semaforo per i pedoni sulla Promenade des Anglais ci metteva un sacco di tempo a diventare verde. Le persone aspettavano abbastanza diligenti, guardando il mare dall’altro lato della strada. Era l’agosto del 2015 e Nizza mi aveva fatto un’impressione strana. Mi viene in mente quella giornata di un anno fa dopo che questa notte un camion si è lanciato nella folla e ha ucciso almeno 84 persone durante la festa del 14 luglio, quando erano appena finiti i fuochi d’artificio, lì, sulla Promenade des Anglais.

Di Nizza ricordo che il posteggio sotterraneo in Rue de Rivoli aveva il soffitto basso e la macchina ci sbatteva in continuazione. Aveva appena piovuto e per le strade c’erano molti turisti che cercavano di comprare un ombrello o un foulard per coprirsi. Si parlava più italiano che francese. Il lungomare era lunghissimo e faceva sembrare Nizza una città enorme, più grande di Parigi, anche se apprendo ora che di abitanti ne ha circa 340 mila ed è la quinta città più popolata della Francia. La Promenade in effetti è lunga sei chilometri e per due di questi chilometri è durata la corsa del guidatore del camion, che pare che sia un trentunenne, franco tunisino, Mohamed Bouhlel, ucciso ieri dalla polizia.

La spiaggia era fatta di sassi bianchi rotondi e lisci e l’acqua del mare era molto azzurra, come ci si aspetta dal capoluogo della Costa Azzurra, quella riviera francese che continua la costa della Liguria, dopo Sanremo, Ventimiglia. Dall’altra parte si arriva a Marsiglia, una città complessa, molto diversa dalla Nizza della Promenade, ordinata e piena di alberghi, ma forse molto simile nell’agglomerato urbano fuori dal centro storico. Quartieri dai palazzi che si estendono in orizzontale, pieni di finestrelle e di condizionatori, come quelli che si vedono dall’autostrada che entra a Nizza, dove non sono stata e dove chissà che succede. Oggi, nessun commento, nessuna morale sull’incubo del 14 luglio, troppo presto per parlare, troppe poche le notizie certe, solo un ricordo di quella città europea sul mare azzurro.

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La scorsa notte, mentre tornavo dal caldo hamam*

Il centro di Srebrenica, venti anni dopo il genocidio. Campanile e minareto a pochi metri di distanza (foto: Livia Liberatore
Il centro di Srebrenica, venti anni dopo il genocidio. Campanile e minareto a pochi metri di distanza (foto: Livia Liberatore

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Non vedo niente, solo un cumulo di fumo basso sui tavolini e sulle facce della gente seduta a bere e parlare. Anzi, cantare. L’orchestra è entrata da poco e con gli ottoni e i tamburi, tutti intonano le parole dei traditional di Bosnia. Il Kino Prvi Maj è uno dei locali più famosi di Sarajevo, un ex cinema teatro che conserva ancora la struttura con il palcoscenico, l’ingresso laterale, le lampade a grappolo d’uva dalla luce fioca. Sulle scale all’ingresso del Kino, è pieno, pieno di giovani, come tutta questa città. Nel centro, poco lontano, quell’odore misto di narghilè e carne arrostita che caratterizza la parte musulmana accompagna la cena di un lui e una lei che dopo la fine del ramadam chiacchierano ai tavoli vicino alla Moschea del Bey. Davanti alla cattedrale cattolica, via Strossmayerova è trasformata in un salotto all’aperto, con poltroncine leopardate e maxi schermi ovunque. Respiro il mix di odori e penso questa città è viva.

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I cani randagi abbaiano e inseguono ogni macchina che passa sul lungo viale centrale di Srebrenica, quello che percorse il generale Ratko Mladic prima di avviarsi a compiere il genocidio di più di ottomila musulmani, qui in questa cittadina della Bosnia orientale, 11 luglio 1995. Buio profondo, silenzio e insetti giganti la sera verso la mezzanotte, mentre torno nella casa di Nada e Nena. Illumino con la luce del cellulare una via sterrata in salita, mentre guardo il campanile e il minareto della città, vicini, vicini in un modo che qui mi inquieta. Sembrano fare a gara a chi è più alto, a chi richiama più fedeli. Eppure, sono venti anni che la guerra è finita. Suono il campanello della casa, appare un uomo, maglietta di flanella, pantaloncini del pigiama e scarpe nere dai lacci sciolti. Testa pelata e occhi chiari. Mi suggestiono e scappo via, con un mezzo grido soffocato. Tento di parlare in serbo bosniaco croato con il tipo minaccioso ma lui non capisce. Do you speak english? Mi chiede alla fine. Viene dall’Olanda, è un giornalista ed è l’altro ospite di Nada e Nena: nessun criminale di guerra sfuggito al Tribunale dell’Aja. Mi sento ridicola e stupida. Le emozioni poco razionali non vanno bene per capire la Bosnia.

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Vedo il flash di una macchina fotografica e mi sveglio di colpo. Non uno ma dieci, venti flash e qualcuno che mi dice dai sbrigati vai lì, fotografa anche tu. Un incubo della mia seconda notte a Srebrenica. Nel pomeriggio, ho visto il camion con la bandiera della Bosnia, le piccole bare chiamate tabut uscire dai portelloni e venire depositate da una catena di uomini nel memoriale di Potocari, quel gruppo di hangar dove Mladic nel 1995 ammassò le donne e i bambini, ora trasformato in luogo della memoria del genocidio. Cento trentasei uomini sono stati identificati dalle loro ossa, ritrovate nelle fosse comuni e ora possono avere sepoltura. Sulle tombe, le donne con i veli colorati si aggrappano disperate ai rettangoli verdi. Moltissimi fotografi, cameraman e persone con lo smartphone di avvicinano alle loro facce e le signore restano lì a far immortalare il loro dolore. Quella dell’11 luglio 2015, quella di Potocari è una memoria mediatica, pubblica, controllata. Cerco di distrarmi e penso a quell’hotel in rovina che ho trovato oggi fra le colline, nel bosco, fra le sorgenti termali di acqua ferrosa che, dicono, faccia bene agli occhi. Ricordo quando da tutta la Bosnia venivano qui a Srebrenica in vacanza e mi addormento.

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Le casette della Bosnia orientale si allontanano e anche i palazzoni grigi della periferia di Tuzla. Il sole se ne va e l’autista del pullman accende le luci basse per la lettura. Dico ciao, ci vediamo presto a un Paese davvero difficile, che non vorrei mai essere io a governarlo, con tutte queste diversità di religione, di storia, ma anche di reddito e di condizioni sociali. Ciao Bosnia, Paese che va avanti con una struttura di istituzioni complicatissima che mi ci vorrebbero tutti i post del blog per spiegarla, ma che resta sempre per me il luogo dove – per eccellenza –  convivono nella stessa strada i campanili della chiesa cattolica, le croci ortodosse, i cappelli degli Imam e le sinagoghe. Un Paese che si è avviato con fatica sul percorso dell’integrazione europea ma che più european di così non si può, perché Sarajevo dell’Europa è una specie di miniatura. E così, in questo diario di viaggio, l’Europa non è, come in molti articoli e tesi di laurea sulla Bosnia, solo la conclusione del discorso quando non si sa più che scrivere e si dice ah sì l’integrazione europea nei Balcani dovrebbe eccetera. Tutto quello che ho scritto finora sulla Bosnia è Europa. Guardo i miei compagni di viaggio, teste che cadono da un lato, qualche occhio assonnato. Alla fine sono sempre quelle persone addormentate nello stesso pullman la cosa che resta di più quando torni a casa.

* Il titolo del post è l’inizio di una nota sevdalinka bosniaca (poesia tradizionale cantata, piena di nostalgia) “Emina

Dobar dan, Bosnia! – Risvegli di viaggio

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Il primo sole rosa, il sedile di fronte e il mal di pullman nello stomaco. All’inizio del viaggio percepisci solo questo. Poi metti a fuoco il finestrino e il paesaggio al di fuori: un gabbiotto azzurrino che all’inizio tu, nata con la caduta delle frontiere in Europa, scambi per uno strano benzinaio senza pompa. Invece, è la dogana del confine fra Croazia e Bosnia Erzegovina, Slavonski Brod, vicino al fiume Sava. Dogana in croato si dice “carina” però questa gabbietta è il frutto di una guerra, quella per buttare giù la ex Jugoslavia che hanno fatto negli anni Novanta quindi non ti sembra poi molto carina questa dogana. Gangnam style suona la radio con il sud coreano che supera tutti i confini, mentre la polizia di frontiera, prima un signore croato e poi uno bosniaco, controlla i documenti.

Sarajevo, quello che all’epoca era il viale dei cecchini e l’Holiday Inn, hotel dei media internazionali durante la guerra (foto: Livia Liberatore)

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Quasi ti specchi nei vetri lucidi della torre grattacielo di Avaz, il colosso dell’informazione bosniaca, a due passi dal centro di Sarajevo. Fa caldo, un giardiniere lima con la sega elettrica i cespugli al lato del Viale dei Cecchini, quella strada larga e vivace che dal 1992 al 1995 fu il bersaglio dei tiri degli sniper appostati sulle colline della città. Torna nella testa una scena di un film (minuto 10.20), un uomo che correva per quelle strade e sotto suonava una canzone degli Stone Roses I wanna be adored. Infissi nuovi, vetri puliti tra le case, alcune ancora ferite dagli spari, del quartiere di Grbavica. Compare la fabbrica, o almeno quella che il generale Jovan Divjak chiama la fabbrica che è una moschea tozza e larga che sforna e inforna fedeli, che pregano cinque volte al giorno e digiunano durante il ramadam. Islam e corruzione ai margini di Sarajevo, ma prima di tutto Sarajevo, solo lei l’identità sentita dai suoi abitanti, unica mia città, unica appartenenza per i cittadini protetti da Divjak.

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Anello fra i seni, costume alla moda per un fisico in forma. Apro gli occhi all’improvviso dopo un sonno del dopo pranzo. Una ragazza muove le gambe su una specie di attrezzo da palestra di ferro ai laghetti pannonici di Tuzla, cittadina del Nord della Bosnia. Piscine salate attrezzate, con tanto di cascate, scivoli, docce e spogliatoi dove si riversano i locali nei giorni di relax. Dal chiosco dei panini parte Feel e Robbie Williams si alterna con il richiamo del muezzin e poi anche con il suono delle campane. Mi viene in mente quella ragazza mentre sento i relatori della conferenza organizzata dalla Fondazione Langer “é possibile un’Europa che non sia multiculturale?“. dire che i giovani in questo Paese devono assumersi la responsabilità del passato e parlare di riconciliazione, dimenticare l’odio. Nella Bosnia venti anni dopo la fine della guerra, molti sembrano avercela più con i “politici” che con le istituzioni create negli accordi di pace di Dayton: il blocco della Bosnia di oggi è un problema di cattiva amministrazione più che di Costituzione basata sulla logica dell’etnia.

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Occhi azzurri e polpacci venosi sopra i sandali ciabatta con i calzini come quelli che aveva mia nonna. Nena avrà più di ottant’anni e prepara burek al formaggio per colazione nella sua casa di Srebrenica, cittadina nell’Est della Bosnia Erzegovina che esattamente l’11 luglio ricorda venti anni dal genocidio di più di otto mila musulmani compiuto dalle truppe del generale Ratko Mladic, alla fine del conflitto. Sul pavimento c’è la moquette, all’ingresso un plaid appena lavato. La casa era bella prima della guerra, ora mia figlia Nada non lavora e la mia pensione è bassa – racconta Nena mentre ci ingrassa con caffè e torta alle mele. Sul balcone c’è un tappeto e un divano peloso, Nena saluta la vicina che si affaccia da una casa scheggiata ancora da una granata. Fa caldo eh! Mi si stringe qualcosa nel petto, qui è come se la guerra fosse finita ieri.

Il ponte di ferro che collega Bosnia e Serbia a Zvornik, scavalcando la Drina (foto: Livia Liberatore)
Il ponte di ferro che collega Bosnia e Serbia a Zvornik, scavalcando la Drina (foto: Livia Liberatore)

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Il pullman suda nella Bosnia Orientale, entro in coma per il caldo e mi risveglio accanto a un fiume così largo che sembra non contenersi negli argini. Eccola, la Drina, un corso d’acqua drammatico che segna il confine fra Bosnia e Serbia e tracciava quello fra Impero Ottomano e Asburgico e che ha visto battaglie e battaglie su battaglie. C’è gente che fa il bagno, c’è un ponte di ferro, uno solo, per arrivare sull’altra sponda, ci sono le scritte in cirillico e le bandiere della Serbia. Siamo nella Repubblica Serba di Bosnia, una della due parti della Confederazione della Bosnia Erzegovina, creata con gli accordi di pace del 1995 per finire la guerra. Il cd nel pullman manda “Surfing Usa” e mi viene da sorridere per il contrasto: non è la musica più adatta quando attorno a te le case sono più giù che su, più distrutte che ricostruite e quando, vicino Zvornik, storie di famiglie distrutte riaffiorano e non vanno mica via.

La love story del Regno Unito solo e indeciso

Il referendum per uscire dall'Unione europea e le richieste di indipendenza della Scozia. Dopo le elezioni del 7 maggio 2015, il Regno Unito di David Cameron dovrà fare scelte difficili
Il referendum per uscire dall’Unione europea e le richieste di indipendenza della Scozia. Dopo le elezioni del 7 maggio 2015, il Regno Unito di David Cameron dovrà fare scelte difficili

Anche gli Stati hanno un cuore e quello del Regno Unito in questi giorni soffre le angosce dell’amore. Legato in due relazioni pericolose con la signora Unione europea e la signora Scozia, non sa come gestire le amanti insoddisfatte. Il 7 maggio 2015 David Cameron del Partito Conservatore è stato eletto per la seconda volta Primo Ministro e ha formato un governo senza l’aiuto di altri partiti. Una maggioranza abbastanza solida sui sedili del Parlamento e pochi avversari. O almeno, non i soliti oppositori. Il Partito laburista, con il quale da secoli i conservatori si alternavano al potere, è stato sconfitto in modo pesante e così i liberal democratici, che prima erano al governo con Cameron.

La notizia, per menti europeans, è un’altra. In Scozia, lo Scottish National Party ha guadagnato quasi tutti i seggi che spettano alla Scozia nel Parlamento del Regno Unito. Se nelle elezioni passate la Scozia era tutta del Labour, adesso a vincere è un partito anche lui di sinistra ma che vuole l’indipendenza dal Regno Unito. E che lo scorso 18 settembre 2014 ha provato – non riuscendo – a lasciare lo United Kingdom con un referendum. Il voto della scorsa settimana ha manifestato una chiara voglia di dividersi dalla dolce metà.

La storia  con l’Inghilterra dura dai primi del 1700. Dal 1997 i due vivono in camere separate: la devoluzione dei poteri dello Stato centrale ha permesso alla Scozia l’autogoverno. E adesso Cameron promette di dargliene ancora, creando in Scozia un governo più forte con potere di gestire il gettito fiscale. Purché la Scozia non lasci il Paese perché allora il Regno Unito non sarebbe più unito. Cosa ho fatto? Perché vuole abbandonarmi? si chiede lo United Kingdom. Tante le ragioni, e tra queste anche un gradimento scozzese per l’Unione europea, che – attenzione, qui il romanzo rosa si complica – a sua volta vorrebbe continuare a stare insieme al Regno Unito. Un tragico triangolo.

Fra Regno Unito e Unione europea è stata una lenta disillusione. All’inizio al Regno Unito l’Unione europea interessava. Quando vi ha aderito, nel 1973, ne aveva un’immagine un po’ idealizzata, come una grossa area di libero scambio dove sarebbero fioriti il commercio e l’industria, ma non uno Stato che prendesse decisioni vincolanti per tutti i suoi membri. Il Regno Unito nel frattempo continuava a guardare altri possibili amici con cui iniziare o consolidare una relazione: un flirt sempre caldo era quello con gli Stati Uniti. Ma poi il partner europeo aveva cominciato a cambiare e qualcuno si era anche messo in testa che sarebbe diventato una specie di Stato.

Il Regno Unito non la riconosceva più, la sua compagna Ue era diventata diversa e molto più esigente. Fu così che Uk cominciò a mettere delle condizioni. E l’euro no, non lo vogliamo, neanche gli accordi di Schengen e non vogliamo neanche mettere tutti quei soldi nel bilancio di famiglia, dato che l’Ue era diventata una signora sempre più spendacciona. Il nuovo Primo Ministro David Cameron, con il suo volto senza barba e le mani rassicuranti, dice che è tempo di finirla con l’Unione europea e lei grida no. Un grido disperato, anche se sa, la donna blu con le stelline gialle, che in fondo potrebbe farcela anche senza di lui. Arriva a pensare, Uk, che non gliene frega niente di quella spasimante problematica, ma è sotto ricatto: se lui la lascia, la Scozia lascia lui.

Chiaro? Il Regno Unito snobba e maltratta l’Ue che pende dalle sue labbra, mentre si danna per restare insieme alla Scozia che non lo vuole. Le relazioni, si sa, non sono per niente facili, ma così nessuno dei tre attori del gioco guadagna molto. La situazione potrebbe paralizzarsi: l’Ue non può decidere granché con l’opposizione di Uk e lo stesso succederà allo Uk con la Scozia. Il Regno Unito forse si terrà tutte e due le amanti, ma il sentimento si affievolirà fino a diventare amicizia. Sarà un continuo di sotterfugi, compromessi, negoziazioni stancanti, appuntamenti incrociati. Lo United Kingdom rischia di entrare in crisi, di non riuscire a fare nient’altro nella sua vita se non rimuginare su cosa fare e di isolarsi sempre di più nella sua stanza buia. Rischia davvero di uscirne single e a pezzi.

Croazia e Serbia, tempo di superare l’odio

Il parco di Plitvice, nella krajina, la parte della Croazia dove avvennero i massacri
Il parco di Plitvice, nella krajina, la parte della Croazia dove avvennero i massacri

La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha dichiarato ieri, 3 febbraio 2015, che la Serbia e la Croazia non furono colpevoli di genocidio nella guerra che distrusse la ex Jugoslavia fra il 1991 e il 1995. Mi direte che non è una notizia propriamente European perché riguarda due paesi solitamente considerati a margine dell’Unione europea. La Croazia è membro dal 2013 e la Serbia è fra i paesi candidati ad entrare nell’Unione. Tuttavia, io la considero molto European e vi spiegherò il perché.

La sentenza emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia (che è il principale organo giurisdizionale dell’ONU) ha respinto le accuse di genocidio che Croazia e Serbia si erano rivolte reciprocamente. La Croazia lo aveva fatto nel 1999 e la Serbia aveva ricambiato nel 2008. La vicenda andò più o meno così: quando nel 1991 la Croazia dichiarò l’indipendenza dalla Jugoslavia, i serbi che vivevano sul territorio croato non accettarono la decisione e proclamarono una Repubblica autonoma nella Krajina, con capitale Knin. La Krajina è la parte interna della Croazia, quella dove di solito non vanno i turisti perché non c’è il mare ma solo delle montagne molto cupe, intervallate da cascate cristalline. È tutta la zona dei due bracci della Croazia che confina con la Bosnia.

Nella Krajina vivevano molti serbi. Krajina vuol dire “confine”: quella zona fu per quasi cinque secoli la frontiera fra l’Impero asburgico e quello Ottomano. Furono gli austriaci a favorire il trasferimento di serbi armati pronti a combattere contro i turchi ottomani al confine fra i due Imperi, a difesa dai turchi. Tornando agli anni Novanta, l’atto su cui si concentravano le accuse dei croati era l’attacco dei serbi a Vukovar, nel 1991, che distrusse quella città sul Danubio al confine attuale fra Croazia e Serbia (qui un approfondimento). Dall’altra parte, la Serbia incriminava soprattutto l’Operazione Tempesta nell’agosto del 1995, con la quale la Croazia cacciò via i serbi dalla Krajina.

Come spiega benissimo il mio caro sito di Osservatorio sui Balcani in questo altro articolo, sia la Serbia che la Croazia all’epoca commisero atti genocidari. Quello che i giudici dell’Aja non sono riusciti – o non hanno voluto – provare è l’elemento soggettivo del crimine: perché esista un genocidio deve essere dimostrata la volontà di distruggere in tutto o un parte un gruppo etnico, nazionale o religioso in quanto tale. La stessa Corte nel 2007 stabilì che a Srebrenica (la città della Bosnia orientale dove nel luglio 1995 furono uccisi e messi nelle fosse comuni più di 8000 musulmani bosniaci) c’era stato un genocidio ma che la Serbia non era imputabile. OK, dunque chi lo ha commesso? I fantasmi? Mi chiesi allora. E me lo chiedo anche oggi riguardo alla vicenda della Serbia e della Croazia.

Poi l’articolo uscito oggi, 4 febbraio 2015 su Repubblica e firmato Adriano Sofri mi fa capire quello che era già chiaro. Non sarebbe stato proprio buono per la riconciliazione e per la cooperazione fra i due paesi (cosa che la sentenza della CIG invita a fare) sapere che entrambi hanno compiuto un genocidio l’uno nei confronti dell’altro. Un genocidio non è un crimine qualunque, non è un litigio di coppia che poi passa con un abbraccio. Genocidio significa volontà di annientare l’altro, tentativo di uccidere il partner. Sarebbe stata una decisione a dir poco compromettente nei rapporti fra i due paesi. Tanto più che si tratta di paesi per cui molti prevedono un ridente futuro nell’Unione europea. Non sarebbe stato “strano” avere nell’Ue di pace e speranza due paesi che hanno compiuto un genocidio? Alla Turchia fanno storie per il genocidio degli Armeni nel 1915-16 e per non averci mai fatto i conti. E con Serbia e Croazia invece sarebbe stato tutto tranquillo?

Per questo, la storia della Croazia e della Serbia mi è sembrata più European di tante altre storie. Ma anche perché non posso non considerare il “miscuglio etnico dei Balcani” e la loro storia di odio e amore di cui qui vi ho descritto un assaggio il cuore vero dell’Europa.

L’Europa fra il massacro e la coabitazione, l’ultimo post dell’anno sul centenario della Prima Guerra Mondiale

Mancano poche ore alla fine del 2014, a Roma e in tutta Italia fa freddo e fra poco qualcuno sparerà qualche botto per festeggiare il nuovo anno. E io non ho ancora fatto il mio post sul 2014 e il 1914, il centenario della Prima Guerra Mondiale e cosa ha significato la Prima Guerra Mondiale per l’Europa e tante altre belle riflessioni geopolitiche che non farò perché a Capodanno magari uno preferisce i post sul menù del cenone o idee alternative su cosa fare il 31 sera – Capodanno last minute eccetera. Come al solito, qui su Europeans, descriviamo e raccontiamo storie di Europa.

Quella della Prima Guerra Mondiale è una storia molto european, nostro malgrado. C’è un libro di Paolo Rumiz che si intitola “Come cavalli che dormono in piedi” e che parla dell’Europa come

La terra del tramonto dove i popoli si ammassano e non esiste alternativa fra il massacro e la coabitazione

Nel capitolo “Questa mia Europa nata in trincea”, Rumiz nota che

C’è meno Europa oggi che nel 1914 e persino meno che nel 1918, quando almeno la nausea del massacro compiuto accomunava le nazioni. Uno parte per cercare la guerra di ieri e trova l’Europa di oggi. Il nostro male è vecchio di un secolo.

Paolo Rumiz è un triestino, giornalista e scrittore, che narra spesso di Balcani e che in ognuno dei suoi racconti di viaggio riesce a mettere sempre i “Balcani” tanto da usarli quasi come una metafora della vita. Con Balcani qui intendiamo senza troppe filosofie la ex Jugoslavia, quella che si è distrutta in una brutta guerra di nazionalità negli anni Novanta. E arrivare a parlare di Europa dai Balcani significa vedere il potenziale costruttivo e distruttivo di diverse nazionalità su uno stesso territorio e percepire i Balcani come una specie di mini Europa. La Prima guerra mondiale è scoppiata proprio a Sarajevo, nel mezzo dei Balcani.

Monumento all'Uomo multiculturale, Sarajevo
Monumento all’Uomo multiculturale, Sarajevo

Poi, nel 1916 la guerra è infuriata in modo particolarmente crudele nella piana di Verdun, che è in Lorena, regione della Francia, che però è a due passi dal Lussemburgo dal Belgio e dalla Germania. Da febbraio a novembre intorno a Verdun si sono combattuti tedeschi e francesi in modo così feroce che adesso il prato sotto i boschi di quel posto bellissimo è ondulante per i colpi di artiglieria sparati. E ovunque ci sono monumenti, sacrari, memoriali. Come l‘ossario di Douamont. Che mi ha ricordato gli incubi che facevo da bambina sugli ossari dei cimiteri. Una torre a forma di proiettile, in cui ci sono le ossa di 130 mila caduti francesi e tedeschi. Le loro ossa sono tutte mischiate. Quindi ci possono essere vicine una tibia di un francese e la costola di un tedesco. Il teschio di un… OK, scusate, la smetto.

Ossario di Douamont
Ossario di Douamont

Davanti all’ossario invece dormono sotto terra 15 mila soldati francesi, di cui alcuni sono le truppe coloniali di fede islamica e hanno le tombe senza croce e rivolte verso la Mecca. Di posti come questi in Europa ce ne sono fin troppi. L’Altopiano di Asiago. Ypres. La Marna, L’Isonzo…

Verdun cimitero

Oggi con questo freddo e con l’anno del centenario della Prima Guerra Mondiale che finisce e viene un po’ dimenticato mi sembra di stare in una trincea per esempio del Carso, col vento e col termometro a meno venti. Questa sera, quando cominceranno i botti e i fuochi d’artificio penserò a tutte quelle battaglie molto e poco european.

E qui concludo, per non fare come l’Unione Europea prima delle celebrazioni del centenario a Sarajevo, che nelle parole crude di Paolo Rumiz

… era là a dare indicazioni miserabili per trasformare il tutto in un ridicolo, mieloso “embrassons-nous”, una replica semiseria di Giochi senza frontiere, invece di imporre una riflessione forte, comunitaria, su questa dannata propensione dell’Europa al suicidio.

Bandiere a Verdun
Bandiera tedesca, francese ed europea a Verdun

Macroregioni Europee, la geografia che abbatte le frontiere

Su cosa siano le macroregioni europee su Internet c’è molta confusione. Non è che non si trovino le informazioni necessarie, è più che altro che ce ne sono troppe e che i vari siti dell’Unione Europea costringono spesso ad aprire interminabili pdf di lode alle strategie, che però non spiegano COSA SONO le strategie europee che danno vita alle macroregioni. Questa sovrabbondanza di informazioni fa pensare che anche la Politica Regionale Europea sia ancora un pochino confusa e che a volte non sappia dove vuole arrivare.

Tuttavia, le strategie macroregionali sono una storia molto affascinante. Una storia che – nel mio universo simbolico immaginario almeno – sa di natura selvaggia, boschi, fiumi, pesci, mari, animali strani e piccole imprese stramoderne e ecologiche. Una visione forse un po’ romantica, da ricondursi a quella che è la grande novità delle macroregioni europee. Queste, infatti, non sono solo delle grandi regioni europee ma delle regioni che superano i confini e il cui “filo conduttore” è un elemento geografico. Ognuna delle quattro macroregioni ne ha uno. Il Mar Baltico, il Danubio, il Mare Adriatico e le Alpi (la macroregione alpina è in realtà ancora in via di creazione).

Il principio che ispira la creazione delle macroregioni è che una stessa area geografica che condivide lo stesso ambiente naturale fronteggi gli stessi problemi e debba fornire risposte simili. Le risorse ambientali sono considerate un bene comune che supera le frontiere e gli interessi nazionali. Inutile è quindi che ogni Stato regoli la sua parte di territorio. E anche dannoso perché crea diversità e disparità. Su un versante di una montagna si tagliano i boschi, sull’altro no perché appartengono a Stati diversi. E storie del genere. L’obiettivo della politica regionale europea è anche raggiungere la coesione territoriale, economica e sociale.

Vediamo quindi quali sono le macroregioni e quali mete specifiche perseguono.

Mar Baltico

0731_Baltic Sea Region“Un’autostrada navale, troppo spesso usata come discarica”. Così i documenti ufficiali dell’Ue definivano il Mar baltico. La macroregione serve per il coordinamento fra gli otto paesi membri che affacciano sul Mar Baltico – Lituania, Lettonia, Estonia, Polonia, Svezia, Finlandia, Germania, Danimarca – e anche fra i paesi costieri che non sono nell’Ue. La macroregione deve fare alcune cose tra cui elenco quelle che mi colpiscono di più: garantire un ambiente sostenibile, preservare le aree naturali e la biodiversità, anche le zone di pesca, fare della regione un modello di navigazione pulita. Migliorare la prosperità e l’attrattiva della regione, eliminare gli ostacoli agli scambi commerciali, promuovere lo spirito imprenditoriale. E poi, migliorare la qualità delle reti di trasporto. Istruzione, salute, turismo. Infine, limitare l’inquinamento marino e anche combattere la criminalità organizzata. Questo è il sito in inglese.

Danubio

Macroregione Danubio
Macroregione Danubio

Conta più di 100 milioni di abitanti e rappresenta un quinto della superficie europea. Comprende quattordici paesi che affacciano sul Danubio di cui otto sono membri Ue (la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Repubblica ceca, la Slovacchia, la Slovenia, la Bulgaria e la Romania). La macroregione mira a creare collegamenti, migliorare la prosperità, ad esempio investendo nelle risorse umane e a proteggere l’ambiente. Un ambiente naturale particolare, che oltre al Danubio, comprende molte montagne come i Carpazi, i Balcani e una parte delle Alpi. Ha una flora e fauna molto ricche. Questo il sito in inglese.

Adriatico ionica 

Macroregione Adriatico Ionica
Macroregione Adriatico Ionica

Partita ufficialmente di recente, a giugno 2014, questa strategia interessa anche l’Italia, insieme ai paesi che affacciano sul Mediterraneo: Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Grecia, Montenegro, Serbia e Slovenia. Questa macroregione mi ricorda molto i piccoli porticcioli della Croazia, le cozze attaccate alle navi e le catene di ferro incrostate di sale. Riguarda principalmente le opportunità dell’economia marittima: trasporti mare – terra, protezione dell’ambiente marino, turismo sostenibile e connettività in campo energetico. Il tutto per creare posti di lavoro e rilanciare l’economia della regione. Qui il sito in inglese.

Alpina 

La futura Macroregione Alpina
La futura Macroregione Alpina

Ancora non esiste nella realtà, è un progetto su carta. La Commissione si è impegnata a elaborare la strategia entro giugno 2015. Ne farebbero parte le regioni dove ci sono le Alpi di Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Slovenia, Svizzera (due non sono nell’Ue, indovinate quali). Lo scopo è aumentare la cooperazione transfrontaliera in un’area impervia eppure potenzialmente ricchissima come quella delle Alpi. Dovrebbe fondarsi su tre pilastri: il primo è sempre quello della crescita sostenibile e dell’innovazione (imprese, centri di ricerca), il secondo è quello dei collegamenti, comunicazioni, trasporti e il terzo riguarda la sostenibilità e la tutela del patrimonio alpino. Il sito è questo.