Ai miei tempi, quando c’era ancora il roaming

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Dal 15 giugno 2017 si potranno superare i confini senza pagare il roaming quando si usa il telefono all’estero (una vecchia foto delle vacanze)

Vi ricordate quando si andava a passare un weekend a Parigi, o a Barcellona e mandare un messaggino per dire “ciao, sto bene, torno presto” costava più del volo low cost andata e ritorno e dell’ostello messi insieme?

E quando eri al mare in Croazia e dovevi assolutamente controllare le email perché sei sempre stato un po’ workaholic o perché aspettavi la risposta per la candidatura a quel master, a quel dottorato, e proprio in quel momento il wifi dava zero segnale su tutta la costa?

E le passeggiate in Alto Adige in cui senza accorgertene superavi una forcella ed eri in Austria e ti ritrovavi con zero euro di ricarica dopo aver spedito solo un cuore su wzapp?

Bene. Dal prossimo 15 giugno nell’Unione europea spariranno tutti i costi di roaming. Il roaming è quella cosa che ti faceva spendere di più quando usavi il telefono all’estero.

Lo ha deciso il Parlamento europeo (e il Consiglio). Durante l’estate in arrivo si potrà quindi usare il telefono mobile in Europa come si fa in Italia e inviare messaggi, chiamare e navigare su Internet senza pagare sovrapprezzi e senza avere più le spese spropositate di quando si provava a contattare qualcuno a casa durante un viaggio.

Il “roam like at home” si applica a coloro che vivono in Europa e si spostano in altri Paesi dell’Ue. Il risultato sarà la nascita di un’area di libero utilizzo del telefono in tutti i Paesi dell’attuale Unione europea: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria.

A questi si aggiungeranno poco dopo il 15 giugno Islanda, Lichtenstein e Norvegia. Sono esclusi invece Svizzera, Turchia, Albania, il Principato di Monaco e San Marino e gli altri Stati della ex Jugoslavia oltre la Croazia. Quindi state attenti se andate in questi Paesi.

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Altra foto delle vacanze, che dall’estate 2017 saranno libere dal roaming

La regola dice che si potrà usufruire del roaming a tariffa nazionale purché si trascorra più tempo o si utilizzi più spesso il telefono cellulare nel proprio Paese che all’estero. Se in un periodo fissato a quattro mesi, gli operatori telefonici riscontrano che un utente passa la maggior parte del tempo all’estero, dove registra un consumo superiore rispetto a quello effettuato nel proprio Paese, possono chiedergli di chiarire la situazione entro 14 giorni. Se l’utente persiste in questa pratica, l’operatore può iniziare ad applicare un leggero sovrapprezzo.

In pratica se ti trasferisci in modo stabile in un altro Stato dell’Ue non potrai più beneficiare delle offerte di roaming a tariffa nazionale degli operatori del Paese di provenienza e dovrà sottoscrivere un abbonamento di telefonia mobile nel nuovo Stato di residenza.

Di certo questo favorisce gli spostamenti all’interno della nostra Unione europea, se non altro perché quando parti per un periodo fuori non avrai più l’angoscia di come fare a chiamare il proprio fidanzato, amico, datore di lavoro, familiare. Ed è una di quelle decisioni delle istituzioni europee che ti fa chiedere “ma davvero l’Unione europea è così lontana come sembra a tutti?”.

Buone vacanze european!

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Processo all’Europa

DSC_0414Nei mesi scorsi mi è capitato di seguire un progetto di alternanza scuola – lavoro organizzato dal Consiglio Italiano del Movimento europeo. Si chiama Processo all’Europa e si è svolto in molte città d’Italia, ogni volta con capi d’accusa e verdetti diversi. Mi sono occupata dell’edizione romana, a cui hanno partecipato gli alunni dei licei Tacito e Talete.

In pratica funzionava così: alcuni ragazzi erano l’accusa, altri la difesa e altri ancora la giuria. In più un gruppo di studenti ha lavorato nella comunicazione e altri nell’intrattenimento e nell’accoglienza. Sul banco degli imputati c’è sempre l’Unione europea, o meglio le sue istituzioni, le sue politiche e le sue decisioni.

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I ragazzi del liceo Tacito hanno concentrato le loro accuse sulle politiche di immigrazione dell’Unione europea, considerate troppo deboli e poco efficaci, quelli del Talete sul diritto alla privacy che non è ben tutelato nell’Ue. Per molto tempo i vari gruppi hanno lavorato per formulare i capi d’accusa e preparare la difesa, poi in occasione della Festa dell’Europa del 9 maggio hanno tenuto il processo, davanti a un giudice vero e proprio, che ha coordinato il gruppo della giuria.

Il processo è stato all’Auditorium dell’Anmig, Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, i ragazzi si erano tutti vestiti eleganti ed erano emozionati.

 

I capi d’accusa che hanno scelto erano parecchio complicati. Non si trattava di dire “l’Europa è sotto accusa perché funziona male” o simili. Ad esempio questo era quello formulato dal liceo Tacito:

 (1° punto) Insufficiente iniziativa da parte della Commissione europea nella realizzazione di una organica e completa politica comune che assicuri una gestione efficace dei flussi migratori ed un equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi regolarmente soggiornanti negli Stati membri ai sensi dell’articolo 78 e 79 comma 1 del TFUE;

(2°punto) Inadeguatezza di una azione politica comune europea che garantisca un’equa ripartizione di responsabilità tra gli Stati membri conformemente al principio di solidarietà ai sensi dell’articolo 80 del TFUE;

(3°punto) Mancato azionamento da parte della Commissione della procedura d’infrazione prevista dall’articolo 258 del TFUE per violazione dei trattati da parte degli Stati membri che si stanno opponendo al ricollocamento per quote dei richiedenti asilo.

Gli accusati erano:

Commissione, Consiglio dell’Unione Europea, Stati membri, Consiglio europeo

 

 

E questa è la sentenza che ne è uscita, anche qui in pieno rispetto delle regole giuridiche:

Riguardo all’accusa formulata la giuria dichiara:

Riguardo al 1° punto del Capo di accusa

Assolve la Commissione europea perché la violazione ad essa imputata non sussiste.

Dichiara non luogo a procedere nei confronti del Consiglio dell’Unione europea, degli Stati membri e del Consiglio europeo poiché l’accusa non è stata formulata nei loro confronti.

Riguardo al 2° punto del Capo di accusa

Che non vi è luogo a procedere nei confronti degli Stati membri perché menzionati collettivamente e in quanto tali non costituenti un’istituzione dell’Unione Europea. Raccomanda l’apertura di un nuovo processo nei confronti di Ungheria, Slovacchia, Austria, Polonia, Romania e Repubblica Ceca per le ragioni indicate nelle motivazioni. Dichiara il Consiglio Europeo, il Consiglio dell’Unione Europea e la Commissione colpevoli e li condanna ad adottare entro 6 mesi una politica comune che garantisca un’equa ripartizione di responsabilità tra gli Stati membri conformemente al principio di solidarietà ai sensi dell’articolo 80 del TFUE. Si dà atto che sei membri della giuria su tredici hanno votato per l’assoluzione della Commissione Europea. Inoltre si dà atto che sei membri della giuria hanno votato l’adozione di un’ulteriore misura di condanna nei confronti del Consiglio Europeo e del Consiglio dell’Unione Europea consistente nella censura.

Riguardo al 3° punto del Capo di accusa

La giuria dichiara la Commissione colpevole e la condanna ad attuare le procedure richieste entro 6 mesi di tempo

(Tutte le foto sono di Livia Liberatore)DSC_0443

 

 

Un bacio per l’Europa

Una ragazza franco – italiana fidanzata con uno scozzese, una finlandese che vive da 21 anni insieme a un inglese. Condivido con i lettori european questi due video della serie “Kiss4Europe”, pensata dal Young European Movement di Edimburgo. I filmati sono stati fatti dalla sezione scozzese con l’intento  di dire che la Brexit creerà tantissimi problemi. Ma l’idea di storie d’amore fra europeans ci riporta alla mente i risultati di quell’Erasmus Impact Study del settembre 2014, che diceva che il 33 per cento di ex studenti Erasmus ha un partner di un’altra nazionalità, e anche il 13 per cento di coloro che non hanno partecipato al Programma. Erasmus o non Erasmus, sono tante le occasioni per conoscersi e piacersi fra europeans: davanti a un pub, per i corsi di lingua, durante una vacanza, uno stage all’estero. Il libero attraversamento dei confini non è utile solo a chi lavora, alle attività finanziarie e ai commercianti.

Se ci fossero le frontiere, in amore sarebbe tutto più difficile. Non solo a livello pratico ma anche di psicologia: forse verrebbe meno spontaneo andare a fare un corso fuori per qualche giorno, impegnarsi con uno o una di un altro Stato metterebbe più ansia, perché la sensazione sarebbe quella di essere più lontani. Invece così le storie a distanza sono sempre più diffuse. Quando si prende il treno o l’aereo ci sono talmente tante coppie che si baciano ai binari o al gate che è quasi impossibile salire senza disturbare.

 

 

 

Il questionario di Proust e gli Europeans dell’Ottocento

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Il questionario di Proust

Sul nostro profilo Facebook possiamo scrivere le citazioni preferite, mostrare l’elenco dei mi piace, le persone seguite, i viaggi fatti. Nell’Ottocento per uno scopo più o meno simile, cioè chiarire agli altri e anche a noi stessi chi siamo, c’era un questionario. Lo chiamano questionario di Proust ma Marcel Proust ha solo risposto alle domande, non le ha scritte lui. Molte persone famose nei vari salotti di letterati e uomini di cultura in giro per l’Europa si facevano a vicenda queste domande. E rispondendo sceglievano con attenzione l’immagine di loro stessi che volevano dare agli altri. A Karl Marx il questionario glielo sottoposero le figlie, almeno così si dice.

Poi questo formato di domande è stato usato in diverse trasmissioni televisive e giornali come metodo di intervista dei personaggi famosi. In Francia lo usava il programma Apostrophes condotto da Bernard Pivot in onda fino al 1990, in Italia Io Donna del Corriere della Sera, per fare degli esempi. Questo articolo di Rivista Studio racconta e commenta la storia del questionario. Ecco a voi le domande.

1) Il tratto principale del mio carattere
2) La qualità che desidero in un uomo
3) La qualità che preferisco in una donna
4) Quel che apprezzo di più nei miei amici
5) Il mio principale difetto
6) La mia occupazione preferita
7) Il mio sogno di felicità
8) Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia
9) Quel che vorrei essere
10) Il paese dove vorrei vivere
11) Il colore che preferisco
13) Il fiore che amo
14) L’uccello che preferisco
15) I miei autori preferiti in prosa
16) I miei poeti preferiti
17) I miei eroi nella finzione
18) Le mie eroine preferite nella finzione
19) I miei compositori preferiti
20) I miei pittori preferiti
21) I miei eroi nella vita reale
22) Le mie eroine nella storia
23) I miei nomi preferiti
24) Quel che detesto più di tutto
25) I personaggi storici che disprezzo di più
26) L’impresa militare che ammiro di più
27) La riforma che apprezzo di più
28) Il dono di natura che vorrei avere
29) Come vorrei morire
30) Stato attuale del mio animo
31) Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza
32) Il mio motto

La paura del flirt che affligge i giovani europeans

 

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Horst Wenzel, 27 anni, fondatore dell’Università del flirt

Flirtare è un problema per tutti gli Europeans. Lo stereotipo vuole che i tedeschi siano un po’ timidi, gli spagnoli esigenti, i francesi romantici, gli italiani latin lover ma ultimamente degradati a “buontemponi del flirt”, cioè quelli che non concludono mai. Fatto sta che molti giovani europei finiscono per cercare su Internet come matti disperati frasi del tipo “segnali per capire interesse”, “come conquistare una ragazza timida”, “ho paura di approcciare le ragazze”. A cercare sono sia maschi che femmine perché ormai farsi avanti, dichiararsi tocca a tutti e due.

Me lo ha raccontato un giovane tedesco di 27 anni, dai capelli biondi e dal tono disinvolto, Horst Wenzel. Dopo una relazione finita male, ha fondato in Germania una Università del flirt per imparare l’arte del corteggiamento e in pratica iniziare una relazione. Uno dei corsi prevede anche che ci si possa far seguire e riprendere dal flirt coach mentre si prende una birra con la persona desiderata. E poi l’istruttore dà consigli. Ad esempio ti può dire ehi abbassa un po’ la voce, non strillare oppure guarda che se gli hai sfiorato il braccio al cinema non gli hai comunicato il tuo interesse in modo esplicito perché lui probabilmente manco se ne è accorto. Oppure quei suggerimenti che si danno sempre tipo sorridi molto, fai lo sguardo intenso (che poi finisci sempre per sembrare una triglia addormentata), fatti desiderare. Tutti i dettagli li trovate nel mio articolo su Linkiesta

Ma l’intervista è stata molto lunga. In una parte, ho chiesto a Horst se è vero che molti hanno il terrore del flirt. Lui ha detto: certo, tutti ce lo hanno! In effetti tutti abbiamo avuto prima o poi un amico nel panico perché la tipa che gli piace lo ha messo nella friendzone, molti conosciamo quel ragazzo (o ragazza, e questo vale per tutti gli esempi che sto facendo) sempre single che diventa un’anguilla irraggiungibile al primo segnale di interesse inviato da lontano ma proprio lontano, quello che sì sto cercando la metà perfetta, lei si è carina ma non condivide con me la passione dell’arrampicata, oppure ma a Natale lei preferisce il pandoro quindi non si può fare. Molti di noi hanno anche avuto a che fare con l’amica che rifiuta tutti quelli che le si propongono e passa le giornate a pedinare il collega più vecchio di lei, sposato, tre figli eccetera eccetera.

La paura deriva da tanti motivi: il flirt è l’incertezza personificata perché consiste nel dire e non dire, sondare il terreno per verificare se potrebbe funzionare o no, senza scoprirsi troppo. Questa è la paura tipica di quelli che devono concluderlo subito e quindi si dichiarano appena passati cinque minuti dal “ciao, piacere di conoscerti”. Oppure si entra nel terrore perché flirt vuol dire inizio di una relazione e magari non si vuole una relazione, quindi il soggetto sente subito una specie di senso di soffocamento e fugge. Questo può accadere perché non si vuole proprio una relazione o perché non si vuole una relazione con quella persona. E poi, per l’ansia di diventare degli stalker. O per quella, la più comune di tutti, di non essere ricambiati e di tornarsene a casa con il famoso due di picche. Più l’autostima è bassa, più si soffre di questo tipo di fobia, quella di un rifiuto. E in questi anni la self confidence dei giovani europei – generalizzando, ok – soffre sempre più della mancanza di lavoro, di stabilità della vita, dello stress e simili. E questo succede anche in Germania, mi ha detto Wenzel. Abbiamo trovato un’altra cosa che accomuna gli Europeans: l’ansia da flirt.

 

Io, Daniel Blake, lavorare non posso proprio

 

E’ probabile che io abbia frainteso tutto il significato del film. Ad ogni modo, quando sono uscita dal cinema “Io, Daniel Blake” mi ha suscitato una serie infinita di pensieri. Sto parlando dell’ultima produzione del regista britannico Ken Loach che ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Il film è una denuncia dello Stato sociale che non funziona come dovrebbe e dell’amministrazione lenta e schematica, che con l’informatizzazione delle procedure è solo peggiorata. Ma c’è anche un altro tema, classico del pensiero di Loach, quello del “non è colpa tua”. Regno Unito, Newcastle, Daniel avrà una sessantina di anni, è un falegname, che non può più lavorare perché ha avuto un infarto. Non è che non vuole lavorare, proprio non può. Il medico glielo ha proibito ma lo Stato non riconosce la sua malattia.

Mentre è in coda in un ufficio per risolvere la sua situazione, Daniel incontra Katie, una ragazza con due bambini che si è trasferita da Londra a Newcastle perché lo Stato le ha assegnato un alloggio lì. Un giorno Katie, accompagnata da Daniel e dai figli, va alla banca del cibo, un posto dove i più poveri possono fare la spesa gratis. Le viene fame e apre una scatola di passata di pomodoro prima di pagare, poi scoppia a piangere. Una scena drammatica. Ma Daniel ha una frase pronta: “non è colpa tua”, le dice, “hai due bambini, ti sei trasferita qui da sola”. A volte uno ce la mette tutta ma se la vita va un disastro non è tutta colpa sua e qui lo Stato dovrebbe intervenire. Dopo “Io, Daniel Blake”, quei titoli di giornali che si riferiscono a chi non ha lavoro come “le persone che non ce l’hanno fatta”, divise in un mondo diverso da “quelle che ce l’hanno fatta” mi sembrano troppo semplici. Ho sempre pensato che “chi ce la fa” è chi ce la mette tutta, e che i risultati non sono misurabili, confrontabili.

Quella di Daniel e di Katie è una storia ambientata nel Regno Unito ma molto European. Uscita dal cinema ho raccolto alcuni dati sui Neet, acronimo di successo inventato per attrarre i media sulla situazione dei giovani che non studiano né lavorano. Ci sono Neet in tutto il mondo, dove più e dove meno e ci sono in tutti i Paesi europei. L’Italia è quello che ne ha di più. Disabili, malati, disoccupati in cerca di lavoro. Ci sono gli scoraggiati, quelli che non lo cercano più, ma una occupazione la vorrebbero: soltanto che hanno perso le speranze. Qui il mio articolo Generazione Neet: una perdita per l’Europa su quelli che non stanno così per colpa loro, e che ce la faranno.

Diventare saggi a Ventotene

Ventotene famosaL’isola “dove è nata l’Europa”. Questo agosto ne hanno parlato tutti, nei giornali, in tv, al mercato: Ventotene non era più nota solo per gli scogli dove tuffarsi nel mare blu ma come patria mitica dell’idea di Unione europea. A sentirne parlare con tanta insistenza ovunque, chi scrive è rimasta perplessa. Non pensavo che la scalinata per Cala Nave, che è così ripida e assolata quando si torna dalla spiaggia d’estate, la strada degli Olivi, buia e silenziosa alle tre di notte, o il bar della piazzetta Europa sarebbero mai diventati così famosi. Tutti posti densi di significati, dove durante l’inverno ritorno spesso con la memoria.

Sull’isoletta nel Lazio meridionale, davanti a Formia, lo scorso 22 agosto si sono incontrati il primo ministro Matteo Renzi, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande. Sono andati in visita al cimitero e poi sulla portaerei Garibaldi per parlare del futuro dell’Unione europea. Il 27 agosto a Ventotene doveva andare Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati  con i presidenti dei parlamenti di Francia, Lussemburgo, Slovenia e Spagna. L’incontro è stato annullato per rispetto delle vittime del terremoto del 24 agosto, ma il fatto resta. Ventotene accoglie sempre più di frequente nuovi seguaci, persone che scoprono i pensieri nati fra quei campi di lenticchie e ne diventano entusiasti, chi per pochi mesi, chi per tutta la vita.

Venotene SeminarioIl Movimento federalista europeo e l’Istituto Spinelli a Ventotene ci vanno da una vita e nei giorni passati vi hanno organizzato un seminario di formazione per il 35esimo anno di fila. Vi partecipano ragazzi provenienti da tutto il mondo per capire cosa significa il federalismo europeo. Già perché il motivo per cui tutta questa gente si affolla sul traghetto per Ventotene è che lì è nata l’idea di un’Europa federale. Non un’Europa qualunque. “Isola dove è nata l’Europa” significa isola dove un uomo chiamato Altiero Spinelli, mentre era confinato dal regime fascista dal 1939 al 1943, scrisse il manifesto “per un’Europa libera e unita” dove pensava a un’Europa come Stato federale. Un’idea e un progetto politico che richiedono un modo di ragionamento nuovo e diverso da tutte le altre ideologie.

Come sia nata questa idea lo descrive Spinelli nella sua autobiografia “Come ho tentato di diventare saggio”. Oltre a raccontare in stile romanzo di quando coltivava le patate, flirtava con la donna che avrebbe sposato e restava avvelenato dopo un coniglio al forno, Spinelli spiega gli Stati Uniti d’Europa: un unico Stato europeo, con una Costituzione, un governo, una politica estera e di difesa e tutte le altre caratteristiche di uno Stato. Ma fermi! Non uno Stato assoluto dove le “culture nazionali” sono abolite e il potere è accentrato in una lontana Bruxelles o chissà dove, come ho già spiegato in passato. “Federale” non è un aggettivo da nulla. Significa che i poteri sono distribuiti su più livelli, in modo da favorire la partecipazione dei cittadini, che alcune scelte vengono prese in comune e che le differenze nazionali vengono valorizzate. Un progetto ancora lontano dall’Europa di oggi, che richiede immaginazione, studio e seria comprensione. Speriamo che tutti gli Europeans che si appassionano in questi mesi a Ventotene diventino saggi come aveva tentato di fare Spinelli.

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Le barzellette aiutano l’integrazione europea

smiley-1104085_960_720Fra quelli lassù in Regno Unito che vogliono andarsene dall’Ue, e prima la crisi dei migranti e gli Stati che chiudevano le frontiere, e prima ancora la crisi dell’euro, l’Europa non fa ridere per niente. Si ride solo per prendere in giro l’inefficienza dell’Unione europea. C’è però un giovane european, Romain Seignovert, che ha raccolto in un libro, dal titolo “De Qui Se Moque-t-On?” (Chi prendiamo in giro?), tutte le barzellette che i popoli europei dicono gli uni degli altri. Seignovert ha 29 anni, è nato in Francia, ha studiato in Spagna e Germania ed è autore di un blog amico di Europeans “Europe is not dead“. Un articolo del Guardian riporta alcune di queste ironie:

I portoghesi pensano che gli spagnoli se la tirino un po’ e dicono: “In un recente sondaggio, 11 spagnoli su 10 hanno detto di sentirsi superiori agli altri”

Gli estoni invece credono che i finlandesi siano timidi e si chiedono: “Come riconosci un finlandese estroverso? Quando gli parli guarda le tue scarpe, non le sue”

Secondo i belgi, gli olandesi sono tirchi come in questa barzelletta. “Il marito olandese alla moglie olandese: mettiti il cappotto, cara! Perché, tesoro, usciamo? No, io sto uscendo, quindi spengo il riscaldamento in casa”

I romeni sugli ungheresi vanno giù pesante. “Ho fatto tutti i controlli e il dottore dice che non ci sono dubbi. Sono xenofobo. Un’altra maledetta malattia che mi hanno attaccato gli ungheresi”

Qui in Italia non abbiamo barzellette sugli altri Paesi ma ci prendiamo in giro da soli, secondo l’autore. Ad esempio in questo modo: “Come si capisce che Gesù era italiano? Facile: solo un italiano resta in casa con i genitori fino a 30 anni, pensa che sua mamma sia vergine e, secondo la madre, è Dio”.

Il giovane Seignovert dice nel libro che ridere dei nostri vicini significa “riconoscere, persino celebrare le rispettive particolarità. Mostra che non siamo indifferenti l’uno verso l’altro”. Secondo lui, l’Europa non è solo una costruzione politica ed economica, ma anche culturale, di tutte queste nazioni che vivono insieme e l’Unione europea non ha fatto abbastanza per riconoscere questo.

Una delle critiche che vengono fatte a una possibile maggiore integrazione dell’Unione europea è che è impossibile superare le diversità nazionali. Ma come dice il nostro amico francese, l’obiettivo dell’Unione europea non è annientarle, ma valorizzarle. E magari riderci un po’ sopra.

 

 

 

Maître Gims e il rap francese

Qualche mese fa guardavo su Spotify le classifiche delle canzoni più ascoltate nei vari Paesi europeans e ce n’era una che stava ovunque fra le prime dieci: si chiamava Est-ce que tu m’aimes? ed era di un cantante francese chiamato Maitre Gims. Non so come né perché però mi incuriosiva e ho preso a metterla di continuo nelle cuffie mentre ero sull’autobus. Poi, nella prima serata di Sanremo, vedo arrivare questo Maestro Gims, un ragazzo con gli occhiali da sole che è nato a Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo nel 1986 ed è arrivato in Francia quando aveva due anni. Ha spiegato che il suo ultimo cd è diviso in due parti, una più rap e una più melodica: la prima si chiama pillola rossa e la seconda pillola blu.  Molti dicono che somigli al cantante belga Stromae anche se il genere è un po’ diverso. Quello di Maitre Gims è più vicino al rap francese. Non so se sia grande musica però è una storia interessante che la Francia abbia parecchi cantanti che la rendono famosa nel mondo: non è il tipo di musica che uno sente come colonna sonora quando passeggia per il centro di Parigi. In quel caso uno mette La vie en rose oppure questa tipa delicata che si chiama Indila. Non un rap all’apparenza poco romantico e pieno di risentimento e voglia di protesta.

 

 

Il rap francese è un vero e proprio genere, nato nelle periferie delle città francesi, soprattutto a Parigi e a Marsiglia. Rap è la colonna sonora del film “L’odio“, di Mathieu Kassovitz, del 1995. Lo ascoltano in macchina a tutto volume i personaggi dei libri di Jean-Claude Izzo. Lo ascolta anche Marion Le Pen e questa cosa mi ha molto sorpreso perché il rap rivendica i diritti di chi vive in condizioni brutte, nell’illegalità e nella violenza, nelle banlieu ed è di solito di origine nord africana o mediorientale. Mi pare lontano dalle idee del Front National. All’inizio, verso la metà degli anni 80, il rap era protesta pura, era rabbia verso quei piccoli mondi delle periferie.  Gli IAM, ad esempio, trattavano di temi politici, Islam e panafricanismo. Poi è diventato più melodico e ha allargato i soggetti trattati: MC Solaar, una specie di rap-superstar in Francia, ha scritto anche canzoni molto romantiche. Per chi voglia saperne di più c’è una guida al rap francese e qui la classifica dei brani rap francesi più amati.

 

 

 

 

 

 

 

“Tira fuori il documento”: Schengen e i controlli di frontiera

 

Schengen, Schengen, in questi giorni questa parola è su tutti i giornali. Ma che vuol dire questo termine strano in pratica? Innanzitutto, Schengen è una cittadina molto piccola, sulle rive della Mosella. Un posto bellissimo, dove ci sono solo due case, il fiume, i vigneti e il museo della dogana. Schengen è in Lussemburgo, in una posizione particolare: al confine con la Francia e con la Germania. Cioè, tu sei in Lussemburgo e se fai due passi da un lato sei in Francia, e vai verso Metz e la sua cattedrale, dall’altro in Germania, dove parte la strada per Treviri, e dove puoi fermarti nelle aziende vinicole e bere un calice di Riesling o di Gewurztraminer.

Poi Schengen è un trattato, firmato nel 1985 da Francia, Germania dell’ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo in cui questi Paesi dicevano che si sarebbero impegnati, adoperati per rendere sempre più veloce e indolore il passaggio dei cittadini fra i territori dei loro Stati. Nel lungo periodo, i cinque decidevano di eliminare i controlli dei documenti alle frontiere e fare un po’ come se fossero tutti una stessa terra. Il trattato venne seguito nel 1990 da una Convenzione di applicazione che entrò in vigore nel 1995 e venne incorporato nel diritto europeo con il Trattato di Amsterdam del 1997 (in vigore nel 1999). Intanto, in quegli anni si stava sviluppando l’Unione europea dove la libertà di movimento delle persone, merci, capitali fra gli Stati membri era uno dei pilastri. Adesso aderiscono a Schengen 26 Paesi, di cui 22 sono membri dell’Ue e quattro no (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). Regno Unito e Irlanda non ne fanno parte. Chi entra nell’Ue entra anche nello spazio Schengen ma per Bulgaria, Cipro, Croazia e Romania il trattato non è ancora entrato in vigore.

Altri documenti sono poi entrati a far parte della legislazione Schengen. Fra questi c’è il “codice frontiere”, una delle specificazioni del trattato, in cui vengono illustrati i casi eccezionali e temporanei di ripristino del controllo delle persone alle frontiere. Nel passato, diversi Stati hanno deciso che era il caso di fermare i viaggiatori per chiedergli il documento, quando c’erano i grandi eventi come i campionati europei di calcio o il G8, G7 e simili. Per ragioni di ordine pubblico e di sicurezza. Negli ultimi mesi, lo hanno fatto parecchi Stati: la Francia dopo gli attentati del 13 novembre, la Germania, Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia per contrastare l’arrivo dei richiedenti asilo. (qui tutti i casi di sospensione) Nell’Unione europea si sta discutendo ora di estendere il tempo dei controlli al confine per due anni al massimo. Questo perché la frontiera esterna dell’Unione ha un buco all’altezza della Grecia, che non controlla bene chi entra nel confine comune. Il controllo europeo dei confini esterni dell’Unione era stato introdotto proprio con Schengen, insieme ad altre misure come la cooperazione fra le forze di polizia e l’armonizzazione delle politiche sui visti di ingresso, per assicurare comunque la sicurezza delle persone nell’Unione dopo l’eliminazione dei controlli di frontiera. Una specie di compensazione. Chiaro, no?

 

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In Valle Aurina si passa in Austria sui sentieri di montagna (foto: Livia Liberatore)

Raccontano quelli che viaggiavano per l’Europa quando non c’era Schengen che non era così difficile passare i confini: non c’erano queste lunghe code di macchine, i treni non si fermavano e anche con gli aerei la cosa si risolveva in tempi abbastanza brevi. Almeno così dice mio padre che negli anni Settanta arrivò a Londra in treno senza che nessuno lo controllasse e mia madre che pure in quegli anni passò in Francia senza tirare fuori il documento: “fermavano una macchina su dieci, facevano qualche problema giusto con i frontalieri che andavano a fare benzina in Svizzera”, mi ha raccontato al telefono. “Controllavano i camion” – continua mio padre – “c’era la polizia frontaliera che guardava la carta di identità e poi la dogana che controllava la merce”. La tensione c’era quando si passava la cortina di ferro, come fra Germania e Cecoslovacchia: la polizia apriva il portabagagli, faceva scendere i viaggiatori e controllava se non c’erano cose strane in valigia e nella macchina. Si poteva restare al confine anche ore e bisognava avere un tot di soldi nella valuta del Paese in cui si arrivava e un visto di ingresso di durata limitata. Ma questo è cambiato quando è crollato il muro di Berlino e poco c’entrava con la nostra Schengen.

Quando però c’erano delle situazioni di tensione in Europa, allora anche ai confini dell’Europa occidentale c’erano le macchine in fila, precisano i miei genitori, perché i controlli erano sempre una realtà normale e non prevista solo in casi eccezionali, come è con Schengen. Se entro tre mesi la Grecia non controllerà meglio il suo confine a mare, si tornerà a questa situazione, dove i controlli dei documenti sono la regole e non l’eccezionalità. Il mondo della legislazione Schengen adesso è parte di quella dell’Unione europea ed è difficile distinguerlo e isolarlo da questa e capire bene cosa significherebbe vivere senza Schengen per due anni. Schengen però è un simbolo. Il simbolo del viaggiare senza accorgersi di passare da uno Stato all’altro per vacanza, per andare a trovare il figlio in Erasmus a Parigi o per una conferenza o per le altre mille ragioni per cui si viaggia.